Adunate Nazionali

Franco Bertagnolli

Presidente Nazionale dell’A.N.A. dal 1972 al 1981


Franco Bertagnolli è nato a Mezzocorona (Trento) nel 1912.
Dopo aver conseguito il diploma di Perito Industriale, frequenta la Scuola Sottufficiali di Artiglieria Alpina di Bra.
Nel 1936 parte volontario per l’Africa Orientale (Somalia ed Etiopia).
Nel 1938 rientra gravemente ferito ad una spalla per lo scoppio di un proiettile dum-dum.
Decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare, la tramuta in un avanzamento di grado, prestando in seguito servizio come ufficiale effettivo al 5° Reggimento Artiglieria Alpina, Gruppo “Lanzo”, di stanza a Belluno.

Nel 1941 si sposa con Scilla Peroni, con cui avrà 5 figli.
Prende parte alla Seconda guerra mondiale sul Fronte Occidentale, su quello Greco-Albanese, in Jugoslavia, in Montenegno, quindi in Francia (Provenza) rientrando poi a Belluno.
Dal 1946 al 1948 presta servizio a Merano, lasciando il Corpo degli Alpini con il grado di Maggiore.

Nel 1949 riapre insieme ai suoi fratelli la distilleria della famiglia paterna, fondata dai nonni nel 1871.
Da subito si dedica alla ricostruzione dei Gruppi Alpini dell’A.N.A. diventando presto Capo Gruppo.

Nel 1956 viene eletto Consigliere Sezionale della Sezione A.N.A. di Trento, ricoprendo la carica di Vice Presidente Sezionale dal 1959 al 1961.
Nel 1963 è eletto Consigliere Nazionale dell’A.N.A., diventando nel 1965 Vice Presidente Nazionale con il dott. Ugo Merlini, eletto proprio in quell’anno Presidente Nazionale in sostituzione di Ettore Erizio.

Il 16 gennaio 1972 viene eletto Presidente Nazionale dell’A.N.A., dopo l’improvvisa scomparsa del Presidente Ugo Merlini, di cui era stato Vice e con il quale avevano iniziato la grande svolta dell’A.N.A., sotto lo sguardo forte e paterno dell’avv. Erizio, “grande Presidente” del dopoguerra.

In ambito associativo è ricordato per la forte iniziativa contro la ventilata “ristrutturazione delle FF.AA.” degli inizi degli anni 70, che prevedeva una forte riduzione delle Truppe Alpine.
Sotto la sua presidenza si diede maggiore importanza all’attività sportiva nazionale, dando anche inizio a gare nazionali di nuove discipline sportive, come la corsa a staffetta in montagna.

Ma Franco Bertagnolli è ricordato soprattutto per l’“Operazione Friuli” del 1976-1977.
A seguito del terremoto che colpì il Friuli il 6 maggio 1976, egli raggiunse “le terre alpine della Julia” ed al fianco del Corpo degli Alpini riuscì a mobilitare oltre 15.000 volontari che, in una splendida avventura durata tutta l’estate, ripararono 3.300 case, lavorando per 972.000 ore, divisi in 12 Campi di lavoro completamente autonomi.
Per coordinare i lavori si trasferì a Udine dove allestì un grande magazzino per la raccolta e lo smistamento dei materiali per la ricostruzione.
Nel 1977 il Congresso degli Stati Uniti d’America affidò ad personam a Franco Bertagnolli, quale Presidente dell’Associazione Nazionale Alpini, 53 miliardi di lire per la ricostruzione del Friuli.
Saranno costruite 12 scuole superiori, una casa per gli studenti e 8 centri per anziani, il tutto sotto la direzione dell’A.N.A.!
Per il grande operato “civile di solidarietà e amore per i fradìs furlan”, nel 1977 fu nominato dal Presidente della Repubblica Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, uno dei massimi riconoscimenti della Repubblica Italiana, oltre che ricevere altri riconoscimenti dal Papa in Vaticano e dall’ex Re d’Italia in esilio, Umberto II di Savoia.

Con l’operazione Friuli si diede vita per la prima volta in Italia alla Protezione Civile, non solo a livello dell’Associazione Nazionale Alpini, che da allora, sempre di concerto con l’autorità pubblica, ha dato vita a nuclei di volontari di Protezione Civile che sono stati impegnati in numerose opere di soccorso a seguito di calamità naturali che hanno colpito l’Italia nel corso degli anni.

Bertagnolli rimase Presidente Nazionale dell’A.N.A. per 9 anni, fino al 24 maggio 1981, quando gli succedette l’avv. Vittorio Trentini.

Morì a Mezzocorona il 3 marzo 1985.


Fonti bibliografiche:
- Scritto inviato dalla famiglia Bertagnolli alla Sezione di Salò
- Alpini, una famiglia! Note di vita associativa nel 60° anniversario di fondazione della Sezione e del Battaglione Alpini Trento (1982)

 Considerazioni su Franco Bertagnolli a cura dell’ex Consigliere Nazionale dell’A.N.A. Dante Soravito De Franceschi


Nato a Mezzocorona (Trento) nel 1912, dotato di carattere forte e determinato con un’innata carica umana che gli permise nel 1976, dopo il terremoto nel Friuli, di mobilitare oltre 15.000 volontari in un’operazione definita folle e irrealizzabile, ma la realtà dei fatti gli diede ragione. Quella splendida avventura fu definita, dai giornali dell’epoca, “La più bella adunata”. Alla fine dell’estate si riassunse in 3280 case riparate, per un totale di 972.000 ore lavorative.

A lui si deve il merito di aver ottenuto la fiducia del Congresso USA, che dette in gestione all’ANA 53 miliardi di lire, stanziati per aiutare il Friuli. Con tale somma sono state realizzate 12 scuole, 5 centri per anziani ed una cosa per studenti.

Notevole la sua sensibilità ed attenzione per gli Alpini, soprattutto per quelli all’estero, che lo portò, nel 1977, a raccogliere 216.000 firme per chiedere il diritto al voto degli emigranti.

Sotto la sua presidenza l’Associazione attuò una svolta importante, entrando nella nuova era interpretativa della solidarietà, quella della Protezione Civile.

Franco, sospinto dagli eventi, ha dimostrato alla pubblica opinione, e forse anche a se stesso, l’incredibile potenziale civico di un’associazione d’arma quale la nostra, di alpini, che dal reducismo ha saputo trarre lo spunto per servire intensamente il Paese, nel momento della calamità, anche in tempi di pace, fino a dargli priorità istituzionale.

Si ritirò dalla presidenza dopo nove anni di fruttuoso mondato ed il 3 marzo 1985 gli Alpini si strinsero attorno alla sua inseparabile moglie Scilla ed ai figli per accompagnarlo, per l’ultima volta, nella sua terra trentina.

L’augurio ora è che ciò che Franco Bertagnolli ci ha così perentoriamente additato - quale suo testamento spirituale - sotto forma di “metamorfosi associativa”, non impallidisca col tempo e che anche in futuro, sempre, gli alpini sappiano intelligentemente conciliare il culto delle tradizioni con le infinite impellenti necessità che il Paese ogni giorno denuncia in epoca di pace.

Dante Soravito de Franceschi
(già Consigliere Nazionale dell’A.N.A.)

Udine, 2000

 

Don Carlo Gnocchi

Don GnocchiDon Carlo Gnocchi alle spalle del Generale Luigi Reverberi, Comandate della Divisione Alpina Tridentina, in partenza da Asti per il fronte russo,
il 18 luglio 1942

Don Carlo Gnocchi nasce a San Colombano al Lambro, presso Lodi, il 25 ottobre 1902 e muore a Milano il 28 febbraio 1956.

Ordinato sacerdote nel 1925, nel 1940 si arruola come cappellano volontario e viene assegnato al battaglione alpini "Val Tagliamento" della Divisione Julia, destinazione il fronte greco-albanese.

Nel 1942 don Carlo riparte per il fronte, questa volta in Russia, con gli alpini della Tridentina. Nel gennaio del 1943 inizia la drammatica ritirata del contingente italiano: don Carlo, caduto stremato ai margini della pista dove passava la fiumana dei soldati, viene miracolosamente raccolto su una slitta e salvato.

È proprio in questa tragica esperienza che, assistendo gli alpini feriti e morenti e raccogliendone le ultime volontà, matura in lui l'idea di realizzare una grande opera di carità che troverà compimento nel dopoguerra.

Nel 1949 nasce la "Federazione Pro Infanzia Mutilata" (per questo è passato alla storia anche con l'appellativo di "Padre dei mutilatini") e nel 1952 la Fondazione Pro Juventute.

L'ultimo suo gesto profetico fu la donazione delle cornee a due ragazzi non vedenti, quando in Italia il trapianto di organi non era ancora disciplinato da apposite leggi; questo gesto diede un'accelerazione al dibattito sui trapianti e dopo poche settimana fu varata una legge ad hoc.

È stato dichiarato Venerabile da Papa Giovanni Paolo II nel 2002 ed è in corso la Causa di beatificazione.

Don GnocchiDon Gnocchi a Brescia il 21 gennaio 1951, nell'anniversario della Battaglia di Nikolajewka. Nell'occasione fu consegnata al Gen. Reverberi la Medaglia d'Oro al Valor Militare per le operazini sul fronte russo

Il generale Luigi Reverberi

reverberi1 Il Generale Luigi Reverberi era detto dagli alpini “Gasosa” per il suo carattere scoppiettante, imprevedibile, brontolone, nervoso, effervescente e bonariamente gasato. Un altro soprannome che gli era stato affibbiato era “Generale dieci lire”, perché quando si recava nelle caserme per passare in rivista i “suoi” alpini, accompagnato dal suo Aiutante di Campo, trovava tutto – secondo lui – a posto, perfetto, elogiabile. Ne conseguiva che quando lasciava la caserma, alla guardia schierata che gli presentava le armi faceva dare dal tenente Cugnacca (il suo Aiutante di Campo), ben dieci lire. Tale importo veniva consegnato al Capoposto perché si facesse una bevuta in suo onore con quanti erano con lui in servizio.
Si era così formata, nell’ambito della Divisione da lui comandata, un senso di attaccamento alla figura di questo Generale che andava in giro per i reparti, giocherellando con un corto frustino, ma sempre sorridente.

Luigi Reverberi è nato il 10 settembre 1892 a Cavriago di Reggio Emilia. Figlio del farmacista del paese, a 18 anni scelse la carriera militare ed entrò nell’Accademia di Modena. Divenuto sottotenente, nel 1913 prese parte alla guerra di Libia coi battaglioni Exilles e Fenestrelle. Nel 1915, dieci giorni dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, si guadagnò la prima Medaglia d’Argento a Ponte Alto, nella zona di Cortina.

Da capitano si guadagnò la seconda Medaglia d’Argento, sulle Tofane, nel luglio del 1916, e una terza, ancora da capitano, l’ebbe nel 1917 sulla Bainsizza quando comandava la 150a compagnia del Battaglione Monte Antelao del 7° reggimento alpini.

Divenuto comandante dell’Antelao nell’agosto del 1917, si guadagnò anche una Croce di Guerra per il valore dimostrato sul San Gabriele. Poco prima di Caporetto, il battaglione di Reverberi, insieme col 13° Gruppo Alpini, passò nella zona dell’Altissimo e successivamente sul Doss del Remit. Qui gli alpini si logorarono per mesi in una dura guerra di posizione, contro un nemico che premeva dalla valle dell’Adige. Nell’ottobre del 1918, l’Antelao venne spostato sul Grappa e si batté nella zona dei Solaroli e del Col dell’Orso, con perdite gravissime. Quando il dispositivo austriaco si frantumò, l’Antelao, con Reverberi in testa, sfondò verso Fiera di Primiero. Nei giorni decisivi della guerra, con una intelligente azione di alta strategia militare, penetrò tra le linee nemiche e fece prigioniere tutte le truppe che resistevano nella Val Cismon.

Ebbe la Croce di Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia, onorificenza tanto ambita negli alti gradi, quanto insolita per un Ufficiale inferiore, e la promozione a maggiore per meriti di guerra.

Nel dopoguerra, Luigi Reverberi passa a far parte del comando della 2a Divisione Alpina Tridentina; nel 1926, promosso tenente colonnello frequenta la scuola di guerra; nel 1935 viene nominato comandante del 67° reggimento fanteria Palermo e nel 1939 capo di stato maggiore del corpo d’armata autotrasportabile Po.

Nel luglio 1939 diventa generale di brigata e nel febbraio 1941 viene trasferito presso il comando del XXVI Corpo d’Armata in Albania. Diventa vice comandante della Tridentina e quindi comandante interinale (2 aprile 1941): dopo aver difeso il Guri-i-Topit, quando cede il nostro fronte, avanza rapidamente con la sua divisione fino a Corcia senza averne ricevuto l’ordine. È un’altra delle mosse imprevedibili del generale “Gasosa” e, per questa azione coraggiosa e intelligente, gli viene conferita la Croce di Commendatore dell’Ordine militare di Savoia.

Diventa comandante effettivo della ricostruita Divisione Alpina Tridentina il 4 agosto 1941 che nel luglio 1942 parte per la Russia.

Aveva 51 anni Luigi Reverberi, il 26 gennaio 1943 a Nikolajewka: con l’ardore di un sottotenentino ventenne fu lui a decidere le sorti di quella drammatica giornata quando, balzato sull’unico cingolato che ancora potesse muoversi, puntò sul terrapieno della maledetta ferrovia urlando “Tridentina, avanti... avanti!” con tutto il fiato che ancora gli restava in gola.

reverberi2
Brescia, 21 gennaio 1951
Il gen. Luigi Reverberi riceve la Medaglia d’Oro al Valor Militare per le operazioni sul fronte russo.
Ad appuntare la medaglia è il gen. Umberto Utili, comandante militare territoriale di Milano

Per il suo comportamento nelle tredici battaglie della Divisione e per il grande gesto di Nikolajewka, che aprì la strada verso l’Italia a quattordicimila penne nere superstiti del Corpo d’Armata alpino, gli conferiscono la Medaglia d’Oro, ma gliela consegnano soltanto il parecchi anni dopo.

Rientrato in Italia, fu catturato dai tedeschi nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943 a Bressanone e inviato a Posen nella Germania orientale in un campo di concentramento per ufficiali. Dopo due mesi venne trasferito a Vittel, in Francia, in un campo di addestramento per i militari che intendono collaborare con i tedeschi, vi rimase per un mese circa e nel frattempo prese contatto con i partigiani francesi. Scoperto dai tedeschi venne mandato a Wietzendorf, in Bassa Sassonia, in un campo di punizione dove rimase sei mesi per essere nuovamente trasferito a Posen. Qui cadde in mano ai russi che avevano occupato la zona e rimase prigioniero nella zona di Kiev fino al settembre 1945.

In seguito fu promosso Generale di Corpo d’Armata, e nel 1946, Generale d’Armata della Riserva, l’unico in Italia.

Nel dopoguerra si adoperò per la ricostruzione dell’Associazione Nazionale Alpini e all’organizzazione dei primi raduni di Reduci e alpini, fra cui la prima Adunata dei Reduci della Tridentina a Gavardo il 26 e 27 ottobre 1946, prima di numerose altre presenze presso i Gruppi della nostra Sezione. Fu anche per un breve periodo Presidente della Sezione A.N.A. di Brescia.

Nell’annuale raduno alpino di Brescia del 21 gennaio 1951, nell’anniversario della battaglia di Nikolajewka, gli fu consegnata in forma solenne la Medaglia d’Oro al Valor Militare per le operazioni sul fronte russo.

Morì a Milano il 22 giugno 1954, all’età di 62 anni. Riposa nel cimitero di Montecchio di Reggio Emilia.

La battaglia di Nikolajewka

Fronte russo, gennaio 1943

Dall'autunno 1942 il Corpo d'Armata Alpino, costituito dalle tre Divisioni alpine Cuneense, Tridentina e Julia, era schierato sul fronte del fiume Don, affiancato da altre Divisioni di fanteria italiane, da reparti tedeschi e degli altri alleati, rumeni e ungheresi.

Il 15 dicembre, con un potenziale d'urto sei volte superiore a quello delle nostre Divisioni (basti pensare che impiegarono 750 carri armati e noi non avevamo né carri, né efficienti armi controcarro), i Russi dilagarono nelle retrovie accerchiando le Divisioni Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca schierate più ad Est. Esse dovettero sganciarsi dalle posizioni sul Don, iniziando quella terribile ritirata che, su un terreno ormai completamente in mano al nemico, le avrebbe in gran parte annientate con una perdita di circa 55.000 uomini tra Caduti e prigionieri.

L'accerchiamento
Mentre le Divisioni della Fanteria si stavano ritirando, il Corpo d'Armata Alpino ricevette l'ordine di rimanere sulle posizioni a difesa del Don per non essere a sua volta circondato.
Il 13 gennaio i Russi partirono per la terza fase della loro grande offensiva invernale e, senza spezzare il fronte tenuto dagli alpini, ma infrangendo contemporaneamente quello degli Ungheresi a Nord e quello dei Tedeschi a Sud, con una manovra a tenaglia, riuscirono a racchiudere il Corpo d'Armata Alpino in una vasta e profonda sacca.

Il ripiegamento
Davanti alla possibile catastrofe rimaneva un'unica alternativa: il ripiegamento immediato. La sera del 17 gennaio 1943, su ordine del generale Gabriele Nasci, ebbe inizio il ripiegamento dell'intero Corpo d'Armata Alpino di cui la sola Divisione Tridentina era ancora efficiente, quasi intatta in uomini, armi e materiali.

Russia 1 russia 2
La colonna in ritirata


La marcia del Corpo d'Armata Alpino verso la salvezza fu un evento drammatico, doloroso ed allucinante, costellato da innumerevoli episodi di valore, di grande solidarietà, in cui circa 40.000 uomini si batterono disperatamente, senza sosta, per 15 interminabili giorni e per 200 chilometri.

La battaglia di Nikolajewka
Fu così che dopo 200 chilometri di ripiegamento a piedi e con pochi muli e slitte, sempre aspramente contrastati dai reparti nemici e dai partigiani sovietici, il mattino del 26 gennaio 1943 gli alpini della Tridentina, alla testa di una colonna di 40.000 uomini quasi tutti disarmati e in parte congelati, giunsero davanti a Nikolajewka. Forti del tradizionale spirito di corpo gli alpini del generale Reverberi, dopo una giornata di lotta, espugnarono a colpi di fucile e bombe a mano il paese annientando gli agguerriti difensori annidati nelle case.

nikolajewka
Da sinistra: il tenente colonnello Policarpo Chierici comandante del Val Chiese, il tenente Danilo Bajetti (futuro Presidente della Sezione di Brescia), il colonnello Paolo Signorini comandante del 6° Rgt. Alp. e il generale Luigi Reverberi a rapporto a Nikolajewka il 26 gennaio 1943


Per dare il colpo mortale al nemico in ritirata, i Russi si erano trincerati fra le case del paese che sorge su una modesta collinetta, protetti da un terrapieno della ferrovia che correva pressoché attorno all'abitato e che costituiva un'ottima protezione per il nemico. Le forze sovietiche che sbarravano il passo agli alpini ammontavano a circa una divisione. Verso le ore 9.30 venne ordinato di attaccare. In un primo tempo si lanciarono all'assalto gli alpini superstiti del Verona, del Val Chiese, del Vestone e del II Battaglione misto genio della Tridentina, appoggiati dal fuoco del gruppo artiglieria Bergamo e da tre semoventi tedeschi.

La ferrovia, dopo sanguinosi scontri, fu raggiunta; in più punti gli alpini riuscirono a salire la contro scarpata ed a raggiungere le prime isbe dell'abitato dove sistemarono immediatamente le mitragliatrici, ma le perdite furono gravissime per il violento fuoco dei Russi. Nonostante le sanguinose perdite, gli alpini continuarono a combattere con accanimento: fu un susseguirsi di assalti e contrassalti portati di casa in casa; venne conquistata la stazione ferroviaria e un plotone del Val Chiese riuscì ad arrivare alla chiesa.

La reazione russa fu violentissima: gli alpini furono costretti ad arretrare e ad abbarbicarsi al terreno in attesa di rinforzi. Verso mezzogiorno giunsero in rinforzo i resti del battaglione Edolo, del Morbegno e del Tirano, i gruppi di artiglieria Vicenza e Val Camonica ed altre modeste aliquote di reparti della Julia col Battaglione L'Aquila: anch'essi vennero inviati nel cuore della battaglia.

Il nemico, appoggiato anche dagli aerei che mitragliavano a bassa quota, opponeva una strenua resistenza. Sul campanile della chiesa c'era una mitragliatrice che faceva strage di alpini. La neve era tinta di rosso: su di essa giacevano senza vita migliaia di alpini e moltissimi feriti.

Nonostante gli innumerevoli atti di valore personale di ufficiali, sottufficiali e soldati, spinti sino al cosciente sacrificio della propria vita, la resistenza era ancora attivissima e l'esito della battaglia era non del tutto scontato.La situazione si faceva sempre più tragica perché il sole incominciava a scendere sull'orizzonte ed era evidente che una permanenza all'addiaccio nelle ore notturne, con temperature di 30-35 gradi sotto lo zero, avrebbe significato per tutti l'assideramento e la morte.

Quando ormai stavano calando le prime ombre della sera e sembrava che non ci fosse più niente da fare per rompere l'accerchiamento, il generale Reverberi, comandante della Tridentina, saliva su un semovente tedesco e, incurante della violenta reazione nemica, al grido di "Tridentina avanti!" trascinava i suoi alpini all'assalto.

Il grido rimbalzò di schiera in schiera, passò sulle labbra da un alpino all'altro, scosse la massa enorme degli sbandati che, come una valanga, assieme ai combattenti ancora validi, si lanciarono urlando verso il sottopassaggio e la scarpata della ferrovia, la superarono travolgendo la linea di resistenza sovietica. I Russi sorpresi dalla rapidità dell'azione dovettero ripiegare abbandonando sul terreno i loro caduti, le armi ed i materiali. Il prezzo pagato dagli alpini fu enorme: dopo la battaglia rimasero sul terreno migliaia di caduti. Tutti gli alpini, senza distinzione di grado e di origine, diedero un esempio di coraggio, di spirito di sacrificio e di alto senso del dovere.

In salvo
Dopo Nikolajewka la marcia degli alpini proseguì fino a Bolscke Troskoye e a Awilowka, dove giunsero il 30 gennaio e furono finalmente in salvo, poterono alloggiare e ricevere i primi aiuti. Il 31 con il passaggio delle consegne ai Tedeschi termina ogni attività operativa sul fronte russo.

Fino al 2 febbraio continuarono ad arrivare i resti dei reparti in ritirata. I feriti gravi vennero avviati ai vari ospedali, poi a Schebekino alcuni furono caricati su un treno ospedale per il rimpatrio.
La colonna della Tridentina riprese la marcia il 2 febbraio per giungere a Gomel il 1° marzo. Gli alpini percorsero a piedi 700 km e solamente alcuni, nell'ultimo tratto, poterono usufruire del trasporto in ferrovia.

Il rimpatrio
Il 6 marzo 1943 cominciarono a partire da Gomel le tradotte che riportavano in Italia i superstiti del Corpo d'Armata Alpino; il giorno 15 partì l'ultimo convoglio e il 24 tutti furono in Patria.
Mentre per il trasporto in Russia del Corpo d'Armata Alpino erano stati necessari 200 treni, per il ritorno ne bastarono 17. Sono cifre eloquenti, ma ancor più lo sono quelle dei superstiti: considerando che ciascuna divisione era costituita da circa 16.000 uomini, i superstiti risultarono 6.400 della Tridentina, 3.300 della Julia e 1.300 della Cuneense.

Cenni storici sulla Campagna di Russia

 

Quello che segue è il racconto sintetico dei principali fatti accaduti durante la Campagna di Russia, per meglio inquadrare le vicende storiche che videro protagonisti i nostri alpini. Non ha nessuna pretesa di completezza: per approfondire l’argomento si possono leggere i libri consultati per scrivere questo pezzo, che si trovano nella bibliografia a fondo pagina e per comprendere i fatti drammatici e le sofferenze patite dagli alpini in Russia si rimanda alla lettura della ricca memorialistica sull’argomento, che in parte si trova sempre nelle note bibliografiche a fondo pagina..

 

 

Dal C.S.I.R. all’ARM.I.R.

Quando la Germania dichiarò guerra all’Unione Sovietica, Mussolini, nonostante il parere contrario di Hitler, decise che l’Italia non poteva essere estranea all’operazione “Barbarossa” ed ordinò quindi l’allestimento di un Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.I.R.) costituito dalle Divisioni di fanteria autotrasportabile Pasubio e Torino, la 3a Divisione Principe Amedeo d’Aosta detta “Celere” (formata da Bersaglieri e dalla Cavalleria) e dalla Legione Camicie Nere Tagliamento, al comando del generale Giovanni Messe, forte di 62.000 uomini e di cui inizialmente non facevano parte unità alpine.

 

Il C.S.I.R., che era posto alle dipendenze della 11a Armata Tedesca, iniziò la partenza dall’Italia il 10 luglio 1941 via ferrovia verso l’Ungheria, giunse nella Moldavia romena il 5 agosto e da lì venne fatto proseguire con i propri mezzi verso le zone di radunata. Ai primi di ottobre, avanzò combattendo sino al bacino minerario del Donez, zona dell’Ucraina tra i fiumi Dniestr e Don a sud di Kiev. A metà novembre 1941 conquistarono gli importanti centri di Stalino, Nikitovka, Gorlovka e Rikovo. Il 21 febbraio 1942 giunse in Russia il primo reparto alpino: il battaglione alpini sciatori Monte Cervino.

 

Visto il buon comportamento del C.S.I.R., su richiesta dell’alto comando tedesco, Mussolini decise il potenziamento della presenza italiana in Russia. Il 1° maggio 1942 venne costituita l’8a Armata italiana, l’ossatura dell’Armata Italiana in Russia (ARM.I.R.) ed il comando venne assunto dal Generale Gariboldi, con una forza di 230.000 uomini. Sotto la denominazione ARM.I.R. furono comprese tutte le unità italiane operanti sul fronte russo, comprese unità aeronautiche e marittime, invece l’8a Armata italiana fu una ben definita ed organica unità operativa dislocata sul fronte del Don.

 

L’organico prevedeva, oltre alle Divisioni già inquadrate nel C.S.I.R., che assunse il nome di XXXV Corpo d’Armata, le Divisioni Sforzesca, Ravenna, Cosseria e il Raggruppamento CC.NN. "23 Marzo" con i Gruppi Leonessa e Valle Scrivia, inquadrati nel II Corpo d’Armata e le Divisioni Julia, Cuneense e Tridentina, costituenti il Corpo d’Armata Alpino, inizialmente destinato ad operare sulle montagne del Caucaso. A queste forze si sarebbe poi aggiunta la Divisione Vicenza, formata da due soli reggimenti di fanteria, con compiti di presidio nei territori occupati.

 

Il Corpo d’Armata Alpino

La partenza del Corpo d’Armata Alpino per il fronte russo incominciò alla metà di luglio del 1942. Il 17 luglio lasciavano Trento il generale Gabriele Nasci, comandante del Corpo d’Armata Alpino e lo stato maggiore della grande unità, per un totale di 57.000 uomini, 15.000 quadrupedi (per lo più muli) e un migliaio di automezzi.

A fine luglio giunsero a Nowo Gorlowka e il 15 agosto cominciò il trasferimento verso il loro obiettivo, la zona montagnosa il Caucaso, alle dipendenze della 17a Armata tedesca.

Mentre la grande unità alpina effettuava il trasferimento verso il Caucaso, a sorpresa il 19 agosto giunse l’ordine di invertire la marcia e di passare alle dipendenze dell’8a Armata italiana e di raggiungere il fronte del Don, ove il nemico nel settore del XXXV C. d’A. (ex C.S.I.R.), nel tratto presidiato dalla Sforzesca aveva rotto la linea di difesa penetrando in profondità nella direzione di Kotovskij-Bolshoj.

A tamponare la falla fu mandata la Tridentina con il 5° e 6° alpini e il 1° settembre i Battaglioni Vestone e Val Chiese ricevettero il battesimo del fuoco. Tamponata la falla si compiono opere di rafforzamento della linea.

Sempre a settembre la Cuneense e la Julia furono dislocate lungo il Don a nord di Kalitwa, prendendo il posto di alcuni reparti tedeschi.

Il 9 ottobre la Tridentina lasciò il suo settore alla 9a Divisione Romena per spostarsi di 400 km, dall’estrema ala destra all’estrema ala sinistra fino a Porgonoje, che raggiunse il giorno 30 ottobre.

 

Il fronte del Don 

Nell’inverno del 1942, l’8a Armata italiana era schierata lungo il corso del fiume Don da Babka, limite nord del settore, a Vescenskaja a sud, dove si trovava la 3a Armata Romena. A nord, l’Armata Italiana era collegata con la 2a Armata ungherese. Il suo fronte si snodava lungo il fiume Don per 270 chilometri.

 

Schieramento sul Don></p><p class=  

Sentinella

Sentinella del Vestone sul Don

Gli alpini, con il tradizionale ingegno, nei mesi autunnali avevano lavorato duramente per rafforzare le loro posizioni sulla riva destra del Don, in modo da renderle adatte ad affrontare il durissimo inverno ed il potente nemico.                    

 

Fino a metà dicembre, sui 70 chilometri di fronte tenuto dagli alpini (la zona più a nord dell’8a Armata italiana), non si ebbero combattimenti di rilievo. Il 15 dicembre, con un potenziale d’urto sei volte superiore a quello delle nostre Divisioni (basti pensare che impiegarono 750 carri armati e noi non avevamo né carri, né efficienti armi controcarro), i Russi dilagarono nelle retrovie accerchiando le Divisioni Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca schierate più ad Est. Esse dovettero sganciarsi dalle posizioni sul Don, iniziando quella terribile ritirata che, su un terreno ormai completamente in mano al nemico, le avrebbe in gran parte annientate con una perdita di circa 55.000 uomini tra Caduti e prigionieri. 

 

L’accerchiamento

Mentre le Divisioni della Fanteria si stavano ritirando, il Corpo d’Armata Alpino ricevette l’ordine di rimanere sulle posizioni a difesa del Don per non essere a sua volta circondato. A difesa del suo fianco destro, in corrispondenza del settore della Cosseria ormai completamente scoperto, venne spostata la Divisione Julia, il cui posto tra la Tridentina e la Cuneense venne preso dalla Divisione di fanteria Vicenza.

 

Da metà dicembre le Penne Nere della Julia per un mese (fino al 7 gennaio 1943) combatterono disperatamente in campo aperto e senza ripari adeguati, superando di gran lunga ogni credibile limite di resistenza umana, sacrificando i loro reparti per fermare e contenere la spinta poderosa e violentissima dei Russi sostenuti dall’alleato inverno.       

Il bollettino di guerra del comando tedesco del 29 dicembre 1942 diede ampio ed espresso elogio alla Julia riconoscendo il valore degli alpini: “Sul fronte del medio Don si è particolarmente distinta la Divisione Alpina Julia”.          

                                                                                                                                 

Il 13 gennaio i Russi partirono per la terza fase della loro grande offensiva invernale e, senza spezzare il fronte tenuto dagli alpini, ma infrangendo contemporaneamente quello degli Ungheresi a Nord e quello dei Tedeschi a Sud, con una manovra a tenaglia, riuscirono a racchiudere il Corpo d’Armata Alpino in una vasta e profonda sacca.

 

Il ripiegamento

 

Sebekino

Alpini in ripiegamento a Sebekino

Davanti alla possibile catastrofe rimaneva un’unica alternativa: il ripiegamento immediato. La sera del 17 gennaio 1943, su ordine del generale Gabriele Nasci, ebbe inizio il ripiegamento dell’intero Corpo d’Armata Alpino di cui la sola Divisione Tridentina era ancora efficiente, quasi intatta in uomini, armi e materiali. Ad essa fu affidato il duro compito di rompere l’accerchiamento e ritrovare la via per l’Italia, mentre la Cuneense, la Julia e la Vicenza furono praticamente distrutte e dopo 100 chilometri di ritirata i comandanti e gli altri alpini superstiti furono catturati nei pressi di Waluiki il 27 gennaio.

 

Ad assumere il comando dell’avanguardia della colonna in ritirata fu chiamato il comandante della Tridentina, Generale Reverberi. L’avanguardia era costituita dal 6° Rgt. Alpini, con il Battaglione Val Chiese come reparto di testa, il Vestone e il Gruppo Bergamo e quattro semoventi tedeschi.

 

Colonna

Alpini in ripiegamento

La marcia del Corpo d’Armata Alpino verso la salvezza fu un evento drammatico, doloroso ed allucinante, costellato da innumerevoli episodi di valore, di grande solidarietà, in cui circa 40.000 uomini si batterono disperatamente, senza sosta, per 15 interminabili giorni e per 200 chilometri.

Frattanto la colonna si ingrossava via via, allungandosi fino a 40 chilometri, inglobando reparti sbandati di ogni specie: Ungheresi, Tedeschi, fanti della Divisione Vicenza, tutti reduci dai tratti di fronte.

Postojalyi, Opyt, Skororyb, Nowo Carkowka, Lymarewka, Sceliyakino, Nikitowka, Malakjewa, Warwarowka, Arnautowo non costituiscono soltanto le tappe di un duro calvario, ma contrassegnano altrettanti durissimi combattimenti, ognuno dei quali ebbe un valore decisivo, poiché ogni volta infranse successivi sbarramenti organizzati dal nemico per fermare la ritirata delle nostre unità.

 

La battaglia di Nikolajewka

 

nikolajewka
Da sinistra: il tenente colonnello Policarpo Chierici comandante del Val Chiese, il tenente Danilo Bajetti (futuro Presidente della Sezione di Brescia), il colonnello Paolo Signorini comandante del 6° Rgt. Alp. e il generale Luigi Reverberi a rapporto a Nikolajewka il 26 gennaio 1943

Fu così che dopo 200 chilometri di ripiegamento a piedi e con pochi muli e slitte, sempre aspramente contrastati dai reparti nemici e dai partigiani sovietici, il mattino del 26 gennaio 1943 gli alpini della Tridentina, alla testa di una colonna di 40.000 uomini quasi tutti disarmati e in parte congelati, giunsero davanti a Nikolajewka. Forti del tradizionale spirito di corpo gli alpini del generale Reverberi, dopo una giornata di lotta, espugnarono a colpi di fucile e bombe a mano il paese annientando gli agguerriti difensori annidati nelle case.


Per dare il colpo mortale al nemico in ritirata, i Russi si erano trincerati fra le case del paese che sorge su una modesta collinetta, protetti da un terrapieno della ferrovia che correva pressoché attorno all’abitato e che costituiva un’ottima protezione per il nemico. Le forze sovietiche che sbarravano il passo agli alpini ammontavano a circa una divisione.

Verso le ore 9.30 venne ordinato di attaccare.

In un primo tempo si lanciarono all’assalto gli alpini superstiti del Verona, del Val Chiese, del Vestone e del II Battaglione misto genio della Tridentina, appoggiati dal fuoco del gruppo artiglieria Bergamo e da tre semoventi tedeschi.

 


colonna

La ferrovia, dopo sanguinosi scontri, fu raggiunta; in più punti gli alpini riuscirono a salire la contro scarpata ed a raggiungere le prime isbe dell’abitato dove sistemarono immediatamente le mitragliatrici, ma le perdite furono gravissime per il violento fuoco dei Russi.

Nonostante le sanguinose perdite, gli alpini continuarono a combattere con accanimento: fu un susseguirsi di assalti e contrassalti portati di casa in casa; venne conquistata la stazione ferroviaria e un plotone del Val Chiese riuscì ad arrivare alla chiesa.

La reazione russa fu violentissima: gli alpini furono costretti ad arretrare e ad abbarbicarsi al terreno in attesa di rinforzi.

Verso mezzogiorno giunsero in rinforzo i resti del battaglione Edolo, del Morbegno e del Tirano, i gruppi di artiglieria Vicenza e Val Camonica ed altre modeste aliquote di reparti della Julia col Battaglione L’Aquila: anch’essi vennero inviati nel cuore della battaglia.


colonna
La colonna in ritirata

Il nemico, appoggiato anche dagli aerei che mitragliavano a bassa quota, opponeva una strenua resistenza. Sul campanile della chiesa c’era una mitragliatrice che faceva strage di alpini. La neve era tinta di rosso: su di essa giacevano senza vita migliaia di alpini e moltissimi feriti.

Nonostante gli innumerevoli atti di valore personale di ufficiali, sottufficiali e soldati, spinti sino al cosciente sacrificio della propria vita, la resistenza era ancora attivissima e l’esito della battaglia era non del tutto scontato.La situazione si faceva sempre più tragica perché il sole incominciava a scendere sull’orizzonte ed era evidente che una permanenza all’addiaccio nelle ore notturne, con temperature di 30-35 gradi sotto lo zero, avrebbe significato per tutti l’assideramento e la morte.

 

Quando ormai stavano calando le prime ombre della sera e sembrava che non ci fosse più niente da fare per rompere l’accerchiamento, il generale Reverberi, comandante della Tridentina, saliva su un semovente tedesco e, incurante della violenta reazione nemica, al grido di “Tridentina avanti!” trascinava i suoi alpini all’assalto.

 

 

cammello
Il cammello del Val Chiese
con l’alpino Giovan Battista Bignotti di Sopraponte

Il grido rimbalzò di schiera in schiera, passò sulle labbra da un alpino all’altro, scosse la massa enorme degli sbandati che, come una valanga, assieme ai combattenti ancora validi, si

 lanciarono urlando verso il sottopassaggio e la scarpata della ferrovia, la superarono travolgendo la linea di resistenza sovietica.

I Russi sorpresi dalla rapidità dell’azione dovettero ripiegare abbandonando sul terreno i loro caduti, le armi ed i materiali.

Il prezzo pagato dagli alpini fu enorme: dopo la battaglia rimasero sul terreno migliaia di caduti. Tutti gli alpini, senza distinzione di grado e di origine, diedero un esempio di coraggio, di spirito di sacrificio e di alto senso del dovere.

 

In salvo

Dopo Nikolajewka la marcia degli alpini proseguì fino a Bolscke Troskoye e a Awilowka, dove giunsero al 30 gennaio e furono finalmente in salvo, poterono alloggiare e ricevere i primi aiuti. Il 31 con il passaggio delle consegne ai Tedeschi termina ogni attività operativa sul fronte russo.

 

Fino al 2 febbraio continuarono ad arrivare i resti dei reparti in ritirata. I feriti gravi vennero avviati ai vari ospedali, poi a Schebekino alcuni furono caricati su un treno ospedale per il rimpatrio.

La colonna della Tridentina riprese la marcia il 2 febbraio per giungere a Gomel il 1° marzo. Gli alpini percorsero a piedi 700 km e solamente alcuni nell’ultimo tratto poterono usufruire del trasporto in ferrovia.

 

 

Il rimpatrio

Il 6 marzo 1943 cominciarono a partire da Gomel le tradotte che riportavano in Italia i superstiti del Corpo d’Armata Alpino; il giorno 15 partì l’ultimo convoglio e il 24 tutti furono in Patria.

Mentre per il trasporto in Russia del Corpo d’Armata alpino erano stati necessari 200 treni, per il ritorno ne bastarono 17. Sono cifre eloquenti, ma ancor più lo sono quelle dei superstiti: considerando che ciascuna divisione era costituita da circa 16.000 uomini, i superstiti risultarono 6.400 della Tridentina, 3.300 della Julia e 1.300 della Cuneense.

Hanno detto...

Il Gen. Luigi Reverberi, nel discorso pronunciato all’Adunata della Tridentina, svolta a Gavardo il 26-27 ottobre 1946, pubblicato sul giornale “Monte Suello” n. 5 dell’agosto 1996:

 

[...] Dal 17 gen­naio 1943, ebbe inizio, o Alpini, l’Impresa che vi ha imposto alla ammirazione del Mondo, perché compiuta in circostanze così spaventosamente avverse che nessuna mente, per quanto otti­mista, avrebbe potuto presagirne la felice soluzione. [...]

Si videro in questa tragica odissea, che durò per oltre 15 giorni, i più generosi esempi di cameratismo: alpini che si carica­vano del carico dei compagni più stanchi; alpini che portavano barelle con feriti ed ammalati; alpini che sostituivano i quadrupedi nel traino delle slitte. [...]

11 accerchiamenti spez­zati, 14 battaglie combattute e vinte in una steppa desolata che non offriva alcun conforto, con una temperatura assiderante che alle volte ha raggiunto i 40 gradi sotto zero, sono le poste che il destino aveva messo al nostro riscatto. [...]

Ma la sorte avversa vuole ancora chiudere questi soldati in un cerchio di ferro e fuoco per farla finita, per stendere un nero sudario sulla grande vicenda. Eccoci alla memorabile giornata di Nikolajewka: martirio e gloria della “Tridentina”. É questa la giornata degli eroismi più fulgidi: è questa la giornata che pur pagandolo a carissimo prezzo i reparti della “Tridentina” acqui­stano il maggior titolo di gloria. [...]

E qui consentite a questo vecchio soldato, giunto ormai al fine della sua vita militare, di dirvi come mai egli abbia tanto amato come in quel giorno; come mai egli abbia tanto ringraziato il destino, come in quel giorno, nel quale ha potuto darvi prova della sua grande passione alpina.[...]

Allora il vostro generale, divenuto solo e semplicemente il Padre dei Suoi Alpini, vi ha guardato negli occhi; ha visto il vostro scoramento davanti all’impossibile ed ha offerto a Dio la sua vita, perché voi foste salvi; e nel preciso intendimento di compiere il suo ultimo dovere verso di voi, che già tante prove di affetto gli avevate dato, partì solo, avanti a tutti, fidente che Iddio avrebbe accolto il suo sacrificio per la vostra salvezza: e la lotta fu ripresa con rinnovata energia e la vittoria fu nostra e davanti a noi fu aperta finalmente la via del ritorno.

Non ho mai parlato con alcuno di questo episodio che pure è noto; perché certi ricordi si conservano gelosamente cu­stoditi nel cuore; ma oggi qui, a solo a solo con voi, che potete comprendermi, alla vigilia di lasciare volontariamente l’Esercito dopo tanti anni di servizio, ho voluto dirvi quale è il più grande orgoglio, che porto con me e che servirà a rendere meno doloroso il distacco da quella divisa che ho vestito per 35 anni e, ritengo, senza mai venir meno alle leggi dell’onore militare e civile”.

 

 

Giulio Bedeschi nel libro “Il natale degli Alpini”:

 

“La battaglia di Nikolajewka fu una limpida vittoria dello spirito, sorta fra gli orrori della più spietata lotta fra gli uomini. Molti alpini caddero sull’altare del sacrificio per dare la possibilità ad altri di vivere e di trovare aperta la via verso la Patria e la casa”.

 

 

Don Carlo Gnocchi (1902-1956) è stato il Cappellano della Tridentina in Russia. Alla fine della guerra fondò l’opera “Pro infanzia mutilata”, che nel 1952 prese il nome di “Pro Juventute”. L’ultimo suo gesto profetico fu la donazione delle cornee a due ragazzi non vedenti, quando in Italia il trapianto di organi non era ancora disciplinato da apposite leggi; questo gesto diede un’accelerazione al dibattito sui trapianti e dopo poche settimana fu varata una legge ad hoc. È stato dichiarato Venerabile da Papa Giovanni Paolo II nel 2002 ed è in corso la Causa di beatificazione.

 

Così si espresse nel suo libro “Cristo con gli alpini”:

 

“Nella storia di questa valanga di uomini che cozza undici volte contro la ferrea parete della sua prigionia e la sfonda, è difficile raccogliere episodi individuali. Tutti hanno dato fino all’estenuazione, fino all’eroismo. L’Artiglieria che più volte ha difeso i pezzi a corpo a corpo, gli alpini che hanno scalato i carri armati, forzandone col moschetto la torretta per gettarvi dentro le ultime bombe a mano, i congelati, i feriti che si sono strascinati per giorni lungo le piste, qualche volta a carponi, per non cadere nelle mani del nemico, i genieri che sono andati all’attacco snidando il nemico casa per casa, gli addetti ai servizi e gli scritturali che hanno gareggiato in dedizione coi combattenti, tutti, dall’ultimo alpino fino al Generale Comandante, che dopo aver sempre marciato con l’avanguardia, in una giornata decisiva, si è messo in testa alla Divisione portandola alla vittoria ed alla libertà, mentre interno a lui cadevano quaranta ufficiali ed un Generale, tutti hanno compiuto opera veramente sovrumana.

Dio fu con loro, ma gli uomini furono degni di Dio. Sì perché avevano quella fede che li ha fatti diventare eroi; l’amore per la Patria e per la famiglia, fede che diventa sempre più grande quanto più il gelo di una natura ostile, l’aggressione ossessionante di una terra nemica senza orizzonti e senza mète si accanivano contro di loro e quando le forze stavano per crollare, la visione dell’Italia, della famiglia lontana, era per loro una luce che li rendeva disperatamente decisi a raggiungerla.

Solo uomini che possiedono così forte questa fede possono aver fatto quello che hanno fatto per cercare di uscire dal cancello dell’eternità”.

  

 

Il tenente Luciano Zani, Medaglia d’oro al Valore Militare, comandante della 255a compagnia del Battaglione Val Chiese, dopo la durissima battaglia così si espresse:

 

“Si è combattuto a denti stretti, con assalti e contrassalti, con case e isbe conquistate, perdute, riconquistate, in furiosi corpo a corpo mentre mortai, pezzi anticarro, mitragliatrici e parabellum nemici battevano il terreno metro per metro. …

La giornata di Nikolajewka, così ricca di gloria e di fulgidi eroismi, ha insegnato che la potenza delle armi può essere superata e vinta dalla potenza dello spirito quando esistono uomini che sappiano gettare la loro anima al di là dell’ostacolo come gli antichi Cavalieri, come i Dragoni del “Savoia” e gli Alpini nella steppa russa”.

Scudetto Divisione Tridentina

Composizione della Divisione Alpina Tridentina

in RussiaComandante: Generale Luigi Reverberi;

Capo di Stato Maggiore: Maggiore Alessandro Ambrosiani;

402a e 417a Sez. Carabinieri

201° Ufficio posta militare

 

5° Reggimento alpini (colonnello Giuseppe Adami) con i battaglioni:

Morbegno (ten. col. Nestore Zucchi); Cp.: comando, 44a, 45a, 46a, 107a armi d’acc.

Tirano (maggiore Gaetano Volpatti); Cp.: comando, 46a, 48a, 49a, 109a armi d’acc.

Edolo (maggiore Dante Belotti); Cp.: comando, 50a, 51a, 52a, 110a armi d’acc.

5a Sez. Sanità

618° Ospedale da campo

25a Sez. Salmerie

 

6° Reggimento alpini (colonnello Paolo Signorini) con i battaglioni:

Vestone (maggiore Enrico Bracchi); Cp.: comando, 53a, 54a, 55a, 111a armi d’acc.

Verona (maggiore Felice Prat); Cp.: comando, 56a, 57a, 58a, 113a armi d’acc.

Val Chiese (ten. col. Policarpo Chierici); Cp.: comando, 253a, 254a, 255a, 112a armi d’acc.

6a Sez. Sanità

621° Ospedale da campo

26a Sez. Salmerie

82 e 216 Cp. Cannoni 47/32 (compagnia anticarro)

 

2° Reggimento artiglieria alpina (colonnello Federico Moro) con i gruppi:

Bergamo (maggiore Carlo Meozzi); Rep. comando, Bat. 31a, 32a, 33a, Rep. munizioni e viveri.

Vicenza (ten. col. Carlo Calbo); Rep. comando, Bat. 19a, 20a, 45a, Rep. munizioni e viveri.

Val Camonica (maggiore Ugo Andri); Rep. comando, Bat. 28a, 29a, Rep. munizioni e viveri.

56a e 59a Btr. a.a. 20 mm

76a Btr. c.c. 75/39

 

II Battaglione misto genio (maggiore Alberto Cassoli)

102a Sez. Fotoelettricisti

112a Cp. Radiotelegrafisti

122a Cp. Artieri

302a Sez. Sanità

619°, 620°, 622°, 623° Ospedale da campo

110a Sez. Sussistenza

206° Autoreparto misto

Bibliografia

Aldo RASERO, Tridentina Avanti!, Mursia, 1982

A.N.A. (a cura di Emilio FALDELLA), Storia delle Truppe alpine 1872-1972, Cavallotti Bandoni, 1972

Francesco MAGONI, La Tridentina in Russia, Gruppo Alpini di Borgosatollo, 1999

Alessandro AMBROSIANI, In reverente ricordo del Generale Medaglia d’Oro Luigi Reverberi, 1973

Carlo GNOCCHI, Cristo con gli Alpini, La Scuola, 1956

Giobatta DANDA, Vistù Ricordi del “Vestone” nella Campagna di Russia 1942-1943, 1992

Felice MAZZI, Avanti il Vestone… Avanti il Val Chiese…, Comune di Vestone, 1987

AA.VV., Alpini storia e leggenda, Compagnia Generale Editoriale, 1981

L’Alpino (Giugno 1991 – Anno LXX N. 6)

Il calvario degli alpini in terra di Russia, intervento del Generale di Brigata Tullio Vidulich a Carzano (TN), 24 gennaio 2004

 

Siti internet

 

www.fronterussounirr.it - U.N.I.R.R. (Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia)

www.brigatacadore.it

digilander.libero.it/avantisavoiait

 

Memorialistica

Mario RIGONI STERN, Il sergente nella neve, Einaudi, 1962

Egisto CORRADI, La ritirata di Russia, Mondadori, 1986

Giulio BEDESCHI, Centomila gavette di ghiaccio, Mursia, 1963

Giulio BEDESCHI (a cura di), Nikolajewka: c’ero anch’io, Mursia, 1972

Nelson CENCI, Ritorno, Rizzoli, 1981

Arnaldo CHIERICI, (a cura di), Policarpo Chierici comandante alpino, Nordpress, 2002

Alfio CARUSO, Tutti i vivi all’assalto, Longanesi, 2003

Giovanni LUGARESI, Tornare a Nikolajewka, Monte Università Parma, 2005

Dal Monte Ortigara all’Afghanistan: la fulgida epopea del Dovere e del Sacrificio

 

di Tullio Vidulich
Generale di Brigata degli Alpini

 

 

Le Truppe Alpine hanno avuto origine nel 1872, quando il Regno d’Italia dovette affrontare il problema della difesa dei nuovi confini terrestri, che dopo la guerra del 1866 contro l’Austria, coincidevano quasi interamente con l’arco alpino.

Da poco, infatti, si era compiuta l’unità d’Italia con Roma capitale e il nuovo stato si trovava a dover affrontare una situazione internazionale molto delicata per il riaccendersi di tensioni con la Francia e con la potente monarchia Asburgica, ancora potenzialmente ostile dopo la cessione del Veneto all’Italia.

La mobilitazione dell’Esercito e la difesa del territorio nazionale erano state, fino allora, previste nella pianura padana in corrispondenza del vecchio Quadrilatero perché le Alpi, nella concezione strategica del tempo, non erano ritenute idonee a operazioni di guerra. La prima linea difensiva vera e propria era, a quel tempo, imperniata sulle posizioni di Stradella – Piacenza – Cremona in corrispondenza del fiume Po.

L’idea di affidare la difesa della frontiera alpina ai valligiani del posto anziché ricorrere a truppe di pianura, che oggi appare semplice e logica, a quei tempi era assolutamente originale, quasi rivoluzionaria. Gli esperti militari del tempo erano convinti che una reale difesa sulle Alpi non fosse possibile e che un eventuale invasore dovesse essere fermato e ricacciato solo nella pianura padana.  

L’ideatore del Corpo degli Alpini, il quale corpo doveva avere specifica conoscenza del terreno montano per assolvere il compito della difesa dei valichi alpini della nostra frontiera, fu l’allora capitano di Stato Maggiore Giuseppe Domenico Perrucchetti, nato a Cassano d’Adda, in provincia di Milano il 13 luglio 1839 (a venti anni fuggì dalla Lombardia, allora sotto la dominazione austriaca, per arruolarsi volontario nell’esercito Piemontese).

Studioso di storia, volontario alla Seconda Guerra d’Indipendenza e a quella del 1866, ove si guadagnò una medaglia d’argento, il Perrucchetti conosceva i fasti delle milizie montanare che, fin dai tempi di Roma imperiale, si erano formate sulle Alpi e le avevano difese dalle invasioni barbariche.

Conosceva le imprese dei Valdesi, il perfetto organismo delle milizie paesane create da Emanuele Filiberto, quelle dei “Cacciatori delle Alpi” delle campagne del nostro Risorgimento e le famose imprese dei Volontari Cadorini di Pier Fortunato Calvi.

Prendendo lo spunto da quella concezione strategica, nel 1871 il geniale Ufficiale, appassionato di montagna e acuto studioso di operazioni militari in zone alpine, redasse un’originale memoria nella quale sosteneva e dimostrava il concetto che la difesa di primo tempo (copertura) del confine alpino dovesse essere affidata a presidi di soldati nati in montagna, pratici dei posti sin dalla prima giovinezza e sicuramente ben motivati nel caso dovessero difendere la propria casa. Un altro elemento fondamentale su cui il Perrucchetti fondava il suo studio erano i vantaggi, ai fini della celerità e della semplicità di mobilitazione, che il reclutamento regionale presentava.

Lo studio del Perrucchetti, pubblicato sulla Rivista Militare Italiana, fu apprezzato e subito acquisito dal generale novarese Cesare Ricotti Magnani, Ministro della Guerra e brillante ufficiale di artiglieria dell’esercito piemontese, impegnato in quel momento a ristrutturare l’esercito sul modello dell’esercito di leva Prussiano (l’esercito Prussiano si fondava sulla ferma breve e sul reclutamento regionale).

Tenendo conto delle risorse del Paese, della classe politica che voleva dimostrare che l’Italia poteva diventare una potenza europea e della rapida evoluzione della situazione internazionale, il generale Ricotti, diede vita a una struttura militare capace di valorizzare e inquadrare tutte le forze espresse dalla nuova realtà nazionale.

Vale la pena evidenziare che Cesare Ricotti Magnani fu l’uomo che, in pochi anni, trasformò radicalmente l’organismo militare italiano attuando una profonda ristrutturazione dell’Esercito. Per avere una Nazione a livello europeo egli introdusse il sistema prussiano con la ferma breve e il reclutamento nazionale e non regionale come attuato in Prussia.

Il giovane ministro, per evitare l’ostacolo della Camera (che non vedeva di buon occhio nuovi oneri finanziari), ricorse a un espediente: inserì negli allegati del Regio Decreto n°1056, che sanciva un riordinamento dei Distretti Militari, la costituzione di 15 nuove compagnie distrettuali permanenti, con il nome di “Compagnie Alpine” (per un totale di 2000 uomini), da dislocare in zone di montagna. A ciascuna compagnia venne assegnato un mulo con una carretta per il trasporto dei viveri e dei materiali. Come arma individuale agli alpini venne dato in dotazione il fucile Wetterli modello 1870 (dal nome dell’inventore, un meccanico svizzero).

Così nacquero gli “Alpini”, camuffati da distrettuali, fra le pieghe di un Decreto Regio, ma con già sulle spalle un fardello di compiti e responsabilità pesanti quanto il loro zaino di allora e di sempre.

Il privilegio di costituire i primi reparti alpini toccò alla classe del 1852, ovviamente denominata “classe di ferro”.Esse avevano la seguente dislocazione: 1a compagnia a Borgo S. Dalmazzo; 2a compagnia a Demonte; 3a compagnia a Venasca; 4a compagnia a Luserna S. Giovanni; 5a compagnia a Fenestrelle; 6a compagnia a Oulx; 7a compagnia a Susa; 8a compagnia ad Aosta; 9a compagnia a Bardonecchia; 10a compagnia a Domodossola; 11a compagnia a Chiavenna; 12a compagnia a Sondrio; 13a compagnia a Edolo; 14a compagnia a Pieve di Cadore; 15a compagnia a Tolmezzo.

A queste truppe speciali fu posto sul capo un cappello di feltro nero a bombetta, con una stella di metallo a cinque punte e coccarda tricolore, ornato con una penna di corvo, il quale divenne subito l’emblema araldico dei soldati della montagna.

Nel giro di qualche anno le 15 compagnie diventarono 36 e i battaglioni dieci. A ogni battaglione venne assegnata una doppia sede, una estiva (dal 1° maggio ai primi di novembre) e un’altra invernale. Nel 1882, a dieci anni dalla costituzione del Corpo, per esigenze operative si costituirono i primi sei reggimenti: il 1°, il 2°, il 3°, il 4°, il 5°e il 6°. Il cappello alpino subì altre modifiche: il fregio a stella fu sostituito con un fregio di metallo bianco raffigurante un’aquila ad ali spiegate sormontata da una corona reale: appoggiata su una cornetta sovrapposta a due fucili incrociati e contornata da una scure e una piccozza, con rami di quercia e di alloro, essa rappresentava il simbolo di potenza e audacia del Corpo degli Alpini; sul tondino del fregio venne applicato il numero del reggimento e sul cappello della truppa le nappine mutavano di colore a seconda dei battaglioni e cioè bianco (1° battaglione), scarlatto (2° battaglione), verde (3° battaglione), turchino (4° battaglione). Per identificare gli ufficiali superiori si stabilì di guarnire il cappello con una penna bianca. Alle truppe di montagna vennero date le “Fiamme Verdi” a due punte e s’incominciò a distinguere fra la fanteria alpina e l’artiglieria da montagna. Anche il cappotto con lunghe falde, molto ingombrante, venne sostituito con una mantellina alla bersagliera di colore turchino scuro mentre le scarpe basse furono sostituite da stivaletti alti con legacci simili a quelli usati dai montanari.

I reparti alpini, in considerazione del valore strategico dell’arco alpino, furono potenziati mediante una serie di provvedimenti di carattere ordinativo:

  • nel 1877 venivano costituite le prime 5 batterie da montagna, destinate ad accompagnare con il fuoco le imprese degli alpini;

  • nel 1887 i reggimenti diventarono 7, i battaglioni 22 e le compagnie 75; il fucile “Wetterli  1870” venne trasformato in un’arma a ripetizione ordinaria; il nuovo modello prese il nome di “Fucile modello 70/87 Wetterli – Vitali” dal nome del capitano di artiglieria che modificò il vecchio modello;

  • sempre nel 1877 nasce in Torino il primo reggimento di artiglieria da montagna su 9 batterie; l’armamento di base è costituito dal pezzo da 75 millimetri di calibro;

  • nel 1888 i muli furono aumentati da uno a otto per compagnia.

  • nel 1891 il fucile Wetterli – Vitali venne sostituito dal fucile modello ’91 che rimarrà in dotazione agli alpini fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Nati per combattere sui ghiacciai e sulle alte vette delle Alpi, gli alpini per uno dei tanti e curiosi scherzi della storia, ebbero il “battesimo del fuoco” sulle roventi ambe africane, nelle campagne di Eritrea del 1887 e del 1896, ove mostrarono il loro valore e le loro qualità di fieri soldati nella sfortunata battaglia di Adua del 1° marzo 1896, sull’Amba Rajo, ove il 1° Battaglione Alpini d’Africa, comandato dal tenente colonnello Davide Menini, s’immolò sul posto.

In quella tragica giornata, oltre al comandante di battaglione, caddero alla testa dei reparti il capitano Pietro Cella, prima medaglia d’oro al valore militare degli alpini e quattro valorosi ufficiali di artiglieria da montagna anch’essi decorati con la medaglia d’oro al valore militare per l’eroico comportamento tenuto di fronte alle  aggressive forze abissine.

Molteplici furono le innovazioni e i mutamenti adottati all’equipaggiamento e alle armi agli inizi del ventesimo secolo. Da non dimenticare il novembre del 1902, data importante per la Specialità; dopo un periodo di intense prove effettuate presso il 3° Reggimento Alpini, viene dato in dotazione ai reparti il nuovo e veloce mezzo di locomozione su neve: gli sci, che permisero di risolvere il problema del movimento sui terreni innevati.

Vale la pena di ricordare gli esperimenti effettuati dal Battaglione Alpini Morbegno del 5° Reggimento Alpini, nel luglio del 1905, per l’adozione di un’uniforme di colore grigio per mimetizzare maggiormente i combattenti.

La nuova uniforme fu esperimentata da un plotone della 45a compagnia, denominato il “Plotone grigio” e, dopo il felice esito delle prove effettuate con il resto del battaglione, nel 1908 fu adottata da tutte le armi dell’Esercito.

Anche quando chiamati a operare fuori dall’ambiente montano, gli Alpini hanno sempre dimostrato le loro qualità umane e professionali: la lealtà, il senso del dovere, l’alto spirito di disciplina, il culto della generosità, il rispetto dell’impegno assunto facendolo bene sino in fondo.

In Africa orientale, in Libia, sulle Alpi, nella penisola Balcanica, nella gelida steppa di Russia, durante la Guerra di Liberazione e la Resistenza, nei Lager nazisti e di Stalin, gli Alpini hanno offerto una lunga testimonianza di eroico valore, di esemplare spirito di corpo e di profonda fede nelle patrie istituzioni, dimostrando anche nei momenti più drammatici, tempra montanara, grande dignità, spirito di solidarietà umana, rispetto per i più deboli.

Alla Prima Guerra Mondiale gli Alpini parteciparono con 88 battaglioni e 66 gruppi di artiglieria da montagna per un totale di 240.000 alpini mobilitati.

Quarantuno mesi di lotta durissima e sanguinosa costituirono per gli Alpini un’epopea di episodi collettivi e individuali di altissimo valore e di indomita resistenza, di battaglie di uomini contro uomini, di uomini contro le forze della natura, di azioni cruente e ardimentose sulle alte vette dalle enormi pareti verticali, di miracoli di adattamento alle condizioni più avverse e nelle zone alpinisticamente impossibili.

Le operazioni belliche condotte sulla fronte alpina furono uno straordinario banco di prova dell’ingegno e dell’audacia dei comandanti e dell’altissimo valore personale dei singoli alpini e misero in evidenza uno spirito di adattamento dell’uomo sino allora impensabile.

Alla metà di giugno del 1915 gli Alpini effettuarono la prima leggendaria impresa, la conquista del Monte Nero, davanti alla quale anche i nostri avversari così si espressero: “Giù il cappello davanti agli alpini! Questo è stato un colpo da maestro”.

Dal Monte Adamello al Monte Nero, dalle Tofane al Carso, dalla Marmolada al Monte Ortigara, dallo Stelvio al Monte Grappa, dal Monte Pasubio al Passo della Sentinella, aggrappati alla roccia con le mani e con le unghie per lottare contro il potente nemico, costruirono con mezzi rudimentali strade e sentieri fino sulle cengie più ardite, combatterono memorabili battaglie di mine e contromine, portarono a termine brillantissimi colpi di mano espugnando posizioni ritenute imprendibili e aggiunsero alle fantastiche leggende delle Dolomiti storie di giganti della lotta in montagna.

Il contributo dato dagli Alpini nella Grande Guerra è ampiamente evidenziato dalle seguenti cifre: ufficiali, sottufficiali e alpini morti 24.876, feriti 76.670, dispersi 18.305.

38.181 “Penne Mozze” cadute nell’adempimento del Dovere, falciate dal piombo nemico, travolti dalle valanghe, strappati dalle insidie della guerra o dalle avversità della montagna.

Uno scrittore inglese, Rudyard Kipling, venuto in visita alla fronte italiana nel corso della Prima Guerra Mondiale, espresse questo giudizio sugli alpini: “Alpini, forse la più fiera, la più tenace fra le specialità impegnate su ogni fronte di guerra. Combattono con pena e fatica fra le grandi Dolomiti, fra rocce e boschi, di giorno un mondo splendente di sole e di neve, la notte un gelo di stelle. Nelle loro solitarie posizioni, all’avanguardia di disperate battaglie contro un nemico che sta sopra di loro, più ricco di artiglieria, le loro imprese sono frutto soltanto di coraggio e di gesti individuali. Grandi bevitori, lesti di lingua e di mano,  orgogliosi di sé e del loro Corpo, vivono rozzamente e muoiono eroicamente”.

 

Durante il Secondo Conflitto Mondiale gli Alpini furono presenti su quattro fronti di guerra assai diversi per caratteristiche morfologiche e strategiche: sulle Alpi Occidentali (dal 10 al 25 giugno), in Grecia (dal 28 ottobre 1940 al 23 aprile 1941), in Jugoslavia (dal luglio 1941 al settembre 1943), in Russia (dal gennaio 1942 al marzo 1943).

Una storia, quella degli Alpini, fatta con il sangue lungo un itinerario costellato di croci. In Russia, gli Alpini, in una marcia senza fine, sotto il flagello del freddo e i ripetuti violenti attacchi russi che non davano tregua, affrontarono durissimi sacrifici e sofferenze che la nostra mente oggi non riesce nemmeno a immaginare.

Eroico fu il comportamento degli Alpini che a Nikolajewka riuscirono a rompere il cerchio di ferro e di fuoco dei soldati dell’Armata Rossa.

Inferiori di mezzi di equipaggiamento e di armamento, gli Alpini, grazie all’ineguagliabile spirito di Corpo, all’attaccamento alla loro terra, ai loro affetti, alla generosità che anima tutti i figli della montagna, seppero soffrire con dignità e onore, compiendo infiniti gesti di umanità e di fratellanza verso tanti fratelli stremati dal gelo, dalle ferite, dalle fatiche, dalla fame e dal nemico implacabile.

Di essi, don Carlo Gnocchi – indimenticabile cappellano degli alpini in Russia – apostolo della fede ed eroico sacerdote a fianco delle Penne Nere stremate in ritirata, disse: “Tutti hanno compiuto opera veramente sovrumana. Dio fu con loro, ma gli uomini furono degni di Dio. Sì, perché avevano quella fede che li ha fatti diventare eroi; l’amore per la Patria e la famiglia, fede che diventa sempre più grande quanto più il gelo di una natura ostile, l’aggressione ossessionante di una terra nemica senza orizzonti e senza mete si accanivano contro di loro e quando le forze stavano per crollare, la visione dell’Italia, della famiglia lontana, era per loro una luce che li rendeva decisi a raggiungerla. Solo uomini che possiedono così forte questa fede possono aver fatto quello che hanno fatto per cercare di uscire dal cancello dell’eternità”.

A conclusione della tremenda odissea della campagna di Russia per gli alpini si può ripetere la frase di Tacito: “Annoverarono la sfortuna tra le cose dubbie, fra le certe il valore”.

Oggi, nel luogo dove oltre mezzo secolo fa si svolgeva una guerra sanguinosa e terribile, sorge un bellissimo asilo che ospita 150 bambini russi. L’Associazione Nazionale Alpini, per ricordare il sacrificio di migliaia di Alpini rimasti per sempre in terra di Russia, animata da una forte tensione morale e dalla volontà di legare i ricordi del passato a un solidale impegno rivolto alle generazioni di oggi, ha costruito a Rossosch (luogo in cui nel 1942 c’era la sede del Corpo d’Armata Alpino) un meraviglioso asilo, in segno di solidarietà e di fratellanza fra i popoli. Là dove 59 anni fa risuonavano terribili grida di guerra oggi si elevano gioiosi canti di pace. Chi ha sofferto nell’anima e nella carne, come moltissimi alpini, la violenza spietata della guerra conosce l’immenso valore della pace, della solidarietà e della giustizia. 

Subito dopo l’8 settembre anche gli Alpini vissero le tragiche sorti del resto dell’Esercito Italiano lasciato senza ordini e alla mercé delle armate tedesche. Nei successivi lunghi mesi di guerra gli alpini diedero vita a numerose formazioni partigiane sia in Italia che all’estero tra cui la Divisione “Garibaldi” costituita in Montenegro con gli alpini della Divisione “Taurinense” e della Divisione di fanteria “Venezia” per combattere a fianco dei partigiani Jugoslavi contro i tedeschi.

Al nord Mussolini, sostenuto dai tedeschi, in settembre fondava la Repubblica Sociale Italiana per continuare la guerra a fianco dei tedeschi. Fu costituito il Battaglione Alpini Tagliamento con il compito di difendere i confini orientali minacciati dai partigiani di Tito.

Successivamente, nell’aprile del 1944, la Repubblica di Salò costituì la Divisione “Monterosa” che inquadrava il 1°, 2° e 4° Reggimento Alpini. Anche in quei reparti numerosi furono gli atti di valore compiuti in nome di un ideale.

Nel Sud dell’Italia il contributo delle Penne Nere alla Guerra di Liberazione si concretizzò con la partecipazione dei battaglioni alpini “Piemonte”, “L’Aquila” e “Monte Granero” a fianco delle unità anglo – americane.

Durante la campagna per la liberazione d’Italia numerosi furono gli episodi di valore e lo spirito combattivo fu talmente elevato che s’imposero all’ammirazione degli alti comandi alleati. Da non dimenticare la conquista di Monte Marrone, Montelungo, Colle delle Mainarde, Filottrano, Valle Idice e Bologna.

Dopo la tempesta della guerra, con la ricostituzione dell’Esercito, vennero ripristinate, nell’arco di otto anni, cinque Brigate Alpine: Julia, Tridentina, Cadore, Orobica e Taurinense, formate su un reggimento alpini, un reggimento artiglieria da montagna e supporti tattici e logistici.

Uomini fieri e infaticabili, uomini ricchi di fede, temprati dalla lotta con la natura, dotati di un luminoso patrimonio spirituale ereditato dai propri padri, gli Alpini hanno portato sempre intatto nella parentesi del servizio militare, queste preziose qualità civiche e umane, indispensabili per chi deve assicurare la difesa della Patria. Non c’è pagina di storia militare italiana dall’ultimo ventennio del secolo diciannovesimo a oggi che non ha visto in prima fila gli Alpini: ne fanno fede le 210 medaglie d’oro al Valore Militare, le 3 medaglie d’oro al Valore Civile e una medaglia d’oro al Merito Civile che fregiano il glorioso Labaro nazionale dell’Associazione Nazionale Alpini e che racchiude e sintetizza la prestigiosa storia del Corpo degli Alpini.

Se onnipresente e massiccia – con migliaia di Caduti e feriti – fu la presenza delle Truppe Alpine su tutti i fronti di guerra, non dobbiamo dimenticare che gli alpini in armi e in congedo dell’Associazione Nazionale Alpini sono stati e sono sempre presenti ovunque la solidarietà umana richiede impegno, aiuto morale e materiale.

Senso di solidarietà che è innato nella gente di montagna, che consiste nell’offrire la propria disponibilità verso gli altri senza interesse e a profonderla con generosità specie verso i più bisognosi. Gli esempi in tal senso sono innumerevoli e pressoché quotidiani.

L’Associazione Nazionale Alpini non è solo costituita da uomini che amano radunarsi per sfilare con il cappello alpino in ricordo e in onore delle generazioni del passato; essa è oggi più che mai un organismo vivo e operante nella realtà quotidiana del nostro Paese con il fine di insegnare ai giovani l’amore verso il prossimo e l’amore verso la Patria.

Fedele all’impegno di onorare i caduti aiutando i vivi, l’Associazione con i suoi 340.000 iscritti, e i suoi Gruppi della Protezione Civile che si estendono su tutto il territorio (oltre 13000 volontari, organizzati in 70 nuclei operativi) interviene in massa volontariamente in soccorso delle popolazioni civili colpite da calamità naturali e in occasione di emergenze pericolose, senza limiti di tempo e di spazio. In caso di emergenza, nel giro di poche ore, sono in grado di raggiungere le località più diverse in Italia e all’estero. Mi è impossibile ricordare tutto questo grande patrimonio di solidarietà e di generosità che si traduce ogni giorno in varie attività di volontariato, di pronto intervento, di assistenza, di soccorso morale e materiale.

Nell’Associazione operano i Gruppi di “Donatori di sangue”, di “Donatori di organi”, le Squadre di “Soccorso alpino”, le “Squadre ecologiche”, le “Squadre specializzate al restauro” di chiesette, rifugi alpini, monumenti, strade di montagna e molte altre attività di pubblica utilità.  Fra le molte iniziative desidero citarne alcune che si possono a buona ragione definire le più importanti:

  • la costruzione del Centro rieducazione handicappati di Endine Gaiano nel bergamasco;

  • costruzione della “Casa di pronta accoglienza” a Cinisello Balsamo, edificata dalla Sezione A.N.A. di Milano e che consente di accogliere e di assistere in modo idoneo chi chiede aiuto quando non ha un posto per dormire e un tavolo per mangiare;

  • la costruzione della “Baita Don Onorio” di Trento, costruita dagli alpini trentini per ospitare famiglie in condizioni precarie;

  • la costruzione della “Scuola Nikolajewka” di mestieri per spastici e miodistrofici di Brescia, inaugurata nel gennaio 1984;

  • la costruzione del Centro di assistenza per bambini handicappati di Padova “Il fienile” costruito dagli alpini di Padova con fini ricreativi e di accoglienza;

  • la costruzione del Centro polifunzionale per handicappati di Dalmine, capace di ricevere 120 persone bisognose di cure;

  • il Centro handicappati di Casale Monferrato, costruito dagli alpini della Sezione A.N.A. di Casale finalizzato per attività di tipo psicomotorio;

  • la costruzione delle Case “Natale 1” e “Natale 2” ad Aviano, destinate all’accoglienza dei malati  terminali provenienti da tutta Italia e per dare alloggio ai parenti dei malati di tumore ricoverati presso il centro oncologico di Aviano;

  • l’ospedale da campo aviotrasportabile della Protezione Civile dell’Associazione Nazionale Alpini, una struttura mobile, predisposta da tempo con eccellenti equipe di medici, paramedici e personale tecnico completamente autosufficiente e in grado di intervenire in qualsiasi condizione di tempo e di luogo. 

Si tratta, quest’ultima, di una compagine ormai da tempo consolidata e riconosciuta dal Dipartimento della Protezione Civile. Nell’aprile del 1999, in pieno conflitto balcanico, è stata inviata a Kukes e a Valona una grossa aliquota della Protezione Civile dell’A.N.A. a erigere campi profughi per i kosovari e per dare loro assistenza sanitaria.

Sono tante piccole luci che da molti anni si accendono per aiutare il nostro prossimo che si trova in difficoltà o nel dolore.

Ultimamente, per vincere l’odio, l’Associazione Nazionale Alpini ha ricostruito una scuola in Bosnia, a Zenica (a 60 chilometri da Sarajevo), un complesso che ospita ottocento fra studenti e scolari delle scuole elementari delle tre etnie. Si tratta di un lavoro significativo e importante tendente a migliorare i rapporti  umani fra le varie etnie, progetto che punta sui giovani e che si prefigge di sconfiggere l’odio e le ingiustizie fra gli uomini.

Non esiste differenza, sotto l’aspetto della disponibilità al sacrificio e della solidarietà umana, fra gli Alpini in armi e gli Alpini in congedo, fratelli in nobile slancio di altruismo ogniqualvolta la posta è il salvataggio di vite umane o l’aiuto tangibile e immediato a persone che si trovano in stato di sofferenza. Slancio più volte dimostrato nelle attività di soccorso in occasione dei disastri o calamità naturali che tanto sovente colpiscono il nostro Paese.

E non a caso la prima decorazione, in assoluto, al Valore a un reparto alpino venne concessa non per un atto di guerra, bensì per un atto di solidarietà umana nei confronti della popolazione civile. La meritò il Battaglione Alpini “Val Stura” del 2° Reggimento Alpini, che la notte del 19 agosto 1883, accorse tempestivamente a spegnere un furioso incendio sviluppatosi nell’abitato di Bersezio (Provincia di Cuneo).

Dal primo intervento degli Alpini effettuato nel luglio 1873 dalla 14a Compagnia Alpina di Pieve di Cadore a favore della popolazione di Alpago (Belluno), colpita dal terremoto, le “Penne Nere” hanno sempre operato con grande tempestività, elevata efficienza operativa con magistrale competenza negli interventi, riscuotendo l’apprezzamento e l’ammirazione incondizionata della popolazione e delle autorità civili e religiose. Questa presenza nei momenti drammatici dell’emergenza, questa vicinanza degli alpini alle popolazioni colpite da eventi calamitosi è un unico filo conduttore che, da quel lontano 1873, porta fino ai giorni nostri.

Dal primo soccorso a oggi migliaia sono stati gli interventi di carattere umanitario a favore dei disastrati e dei più deboli.

Ricordo il terremoto in Calabria nel settembre del 1905, il violentissimo terremoto di Messina del 1908, il disastro per il crollo della diga del Gleno nel 1923, la catastrofe del Vajont nell’autunno del 1963 che distrusse interi paesi, la devastante alluvione del novembre 1966 nell’Italia settentrionale; e ancora il terremoto del Friuli nel 1976 e dell’Irpinia nel 1980 e, in tempi più recenti, la frana di Stava nel 1985, l’alluvione della Valtellina nell’estate del 1987, il terremoto in Armenia nel 1988, l’alluvione in Piemonte nel novembre 1994, nel 1997 il terremoto in Umbria e Marche e nell’ottobre del 2000 la drammatica alluvione in Piemonte e Val d’Aosta che sconvolse intere vallate. Oggi le truppe alpine, rinnovate nella struttura e nei ruoli da svolgere, sono uno strumento non solo al servizio del nostro Paese ma anche, e soprattutto, a sostegno della politica estera. L’era degli interventi umanitari e di mantenimento della pace (peace-keeping), oltre i confini nazionali si è aperta nei primi anni novanta con l’intervento in Kurdistan, ma ha registrato un rilevante e qualificante impegno in Mozambico nel 1993-94, devastato da 16 anni di guerra civile, dove gli alpini hanno svolto una difficile missione di pacificazione a rischio della loro vita. Gli alpini delle Brigate “Julia” e “Taurinense” e i paracadutisti della compagnia alpini “Monte Cervino”, inviati oltremare per conto dell’ONU,  operarono con grande successo contribuendo a spegnere i focolai di conflittualità interni. Da allora le Penne Nere hanno partecipato a numerose missioni di pace fra le quali è doveroso ricordare le operazioni in Albania nel 1991, l’intervento in Bosnia-Erzegovina dominata da laceranti contrasti etnici - religiosi che affondano le radici nella storia e, recentemente, il poderoso soccorso umanitario in Albania, in Macedonia e nel Kosovo, in fraterna collaborazione con altri reparti delle forze armate italiane in aiuto dei profughi Kosovari, scacciati con violenza dalla loro terra. Si tratta di un impegno ad alto rischio e sempre oneroso che gli “alpini con le stellette” hanno affrontato con assoluta dignità di comportamenti per assicurare in quella regione colpita da anni di contrasti e odi religiosi la convivenza pacifica, la giustizia e la pace. Rilevanti il numero delle missioni all’estero nell’anno 2001 per un totale di 10.500 uomini impiegati nei Balcani.

Con i “Veci”, reduci della seconda guerra mondiale, si trovano a lottare fianco a fianco i giovani “Bocia” insieme agli alpini in armi dove impegnano ogni energia fisica e morale per offrire tutto l’aiuto possibile nella difficile opera di soccorso.  Significativa la partecipazione degli alpini, in concorso con le Forze di Polizia, per il controllo del territorio in Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, contributi molto validi per dare più sicurezza a quelle popolazioni fortemente condizionate dalla malavita organizzata.

Prima di terminare questa mia breve esposizione desidero darvi alcuni cenni sulla nuova configurazione delle Truppe alpine. Da qualche anno l’esercito italiano, unitamente alle altre nazioni dell’alleanza atlantica, ha iniziato con decisione una fase di profonda evoluzione e modernizzazione, senza però trascurare quella che è la realtà oggettiva nella quale è inserito l’esercito nel contesto nazionale.

I fattori che hanno concorso a imprimere la trasformazione sono molteplici e comprendono fattori interni al Paese ed elementi di politica e sicurezza internazionale. Tra i fattori meritevoli di essere ricordati per la loro notevole importanza sono il processo ormai in atto di trasformazione dell’“esercito di popolo” – idea che ha accompagnato il Paese durante l’intero processo di unificazione nazionale e fino ai giorni nostri – in “esercito per il popolo” e, altro fattore decisivo, la partecipazione alla costruzione dell’esercito europeo.

Con il nuovo processo di radicale trasformazione si passerà, in tempi abbastanza ristretti, da un esercito fondato sulla coscrizione obbligatoria a un altro misto per poi passare, nel giro di tre anni, a un esercito interamente professionale. Le caratteristiche fondamentali della riforma prevedono unità costituite da personale maschile e femminile su base volontaria annuale e permanente.

L’esercito per il popolo dovrà assolvere il duplice ruolo di provvedere alla difesa e sicurezza in armi della collettività nazionale e di contribuire alla creazione di un complesso di forze da destinare per la difesa dell’Europa unita. Uno strumento non solo nazionale ma un esercito anche per l’Europa.

Il modello professionale, una volta realizzato, avrà una forza di 112.000 uomini. Sono dell’avviso che con forze così ridotte sarà molto difficile rispettare tutti gli impegni internazionali e nello stesso tempo garantire, con le scarse risorse disponibili, un’efficace capacità di difesa del nostro Paese.

Alla luce di quanto sopra detto anche le Truppe Alpine come, peraltro, gli altri corpi dell’esercito hanno dovuto adattarsi ai rapidi mutamenti adeguando la loro struttura al nuovo contesto nazionale e internazionale.

Ricordo che per le Truppe Alpine il processo di ristrutturazione ebbe inizio già nel 1991 con lo scioglimento della Brigata alpina Orobica, nel 1997 con lo scioglimento della Brigata Alpina Cadore e recentemente della Brigata Tridentina. Molte gloriose Bandiere di guerra, irte di medaglie al valore militare e civile, sono state ripiegate e relegate a Roma presso il Vittoriano.

Così le Brigate Alpine da cinque, nel giro di pochi anni, sono scese a due. Attualmente gli alpini in forza al Comando Truppe Alpine ammontano a circa 12.000 uomini.

Oltre alle due Brigate, il Comando Truppe Alpine, erede del glorioso 4° Corpo d’Armata alpino e discendente dal 4° Grande Comando Militare con sede a Bologna, ha alle sue dipendenze varie unità di supporto: un battaglione alpini paracadutisti, il “Monte Cervino”, un reggimento di artiglieria alpina, un reggimento di aviazione leggera dell’esercito, un reggimento logistico di manovra, il 6° e l’11° Reggimento Alpini (ceduti dalla Brigata Alpina Tridentina in previsione dello scioglimento della stessa) e il 16° e 18° Battaglione Addestramento Reclute.

Ciascuna brigata alpina è costituita su: un Comando e Supporti tattici; tre reggimenti alpini (dal 1° luglio la Julia ha in forza il 5° Reggimento Alpini già facente parte della Tridentina); un reggimento artiglieria da montagna; un battaglione logistico; un reparto di sanità quadro (quello della Brigata Taurinense è operativo).

Oltre ai succitati reparti il Comando Truppe Alpine ha alle sue dirette dipendenze il Centro Addestramento Alpino (già Scuola Militare Alpina di Aosta) con il quale opera in perfetta collaborazione per elevare la “specializzazione” dei propri uomini e reparti con il fine di esaltare le capacità operative e di sopravvivenza in montagna.

Oggi il Centro Addestramento Alpino opera con lo stile, l’entusiasmo e l’impegno dei suoi mitici fondatori, consapevole che per meritarsi l’appellativo di “Università degli Alpini” deve saper penetrare il pianeta montagna con immutata volontà e amore.

 

La Brigata Alpina Taurinense, dislocata per grande parte in Piemonte, è tutta su base volontaria per assicurare compiti operativi all’estero nell’ambito di missioni multinazionali; la Julia, prevalentemente su personale di leva, è in grado di assicurare compiti di difesa nazionale e di cooperazione in attività di partneriato per la pace (partnership for peace).

La Taurinense è articolata su tre reggimenti alpini (il 2° a Cuneo, il 3° a Pinerolo, il 9° a L’Aquila) e un reggimento artiglieria da montagna, il 1° Reggimento armato con 24 obici da 105/14 e una batteria contraerea di missili Stinger.

 

Nell’ambito della Brigata Taurinense è inquadrato il contingente italiano della forza mobile di ACE (AMF/L), denominato “Cuneense” (costituito dal Gruppo Tattico Susa con unità di fanteria alpina, artiglieria da montagna, genio guastatori, trasmissioni e unità elicotteri), da un reparto aviotrasportabile e da un nucleo di supporto logistico, per un totale di 2000 uomini.

Il contingente “Cuneense” partecipa dal 1963 alle esercitazioni NATO che si svolgono nelle aree addestrative in Italia, in Norvegia, in Danimarca e in Turchia.

Fa parte delle forze di proiezione ovvero di quelle forze destinate a operare all’estero in contesti multinazionali e interforze. La Brigata negli ultimi anni ha operato con le altre forze della NATO e dell’Unione Europea in Bosnia, in Albania e nel Kosovo.

 

La Brigata Alpina Julia, erede della leggendaria Divisione Alpina Julia, con reparti dislocati in Friuli, nel Cadore e nel Trentino Alto Adige, è la unità leader  della forza multinazionale italo–sloveno–ungherese (MLF–Multinazional Land Force) e nel prossimo futuro è destinata a pilotare interventi all’estero. L’area geografica d’impiego della MLF include l’Europa centro-orientale e sud-orientale, in teatri operativi caratterizzati da terreno accidentato, disagevole o con scarsa mobilità terrestre.

Essa è articolata su quattro reggimenti alpini, il 5° a Vipiteno, il 7° a Feltre, l’8° a Cividale e il 14° a Venzone, un reggimento di artiglieria da montagna, il 3° con sede a Tolmezzo e il 2° reggimento genio guastatori alpino, di sede a Trento.

La Julia è una grande unità alpina capace di assolvere al meglio i numerosi compiti assegnatili sia in ambito nazionale che internazionale quale Brigata “framework” (comando operativo con personale internazionale) della Multinazional Land Force. In tale contesto la Brigata ha partecipato dal 2 aprile al 2 agosto 2001 alla missione NATO “JOINT GUARDIAN KFOR – 5” in Albania dove ha assunto il comando della Communication Zone (West).

Attualmente la Brigata è alimentata con personale di leva in grado di partecipare alla difesa del nostro territorio e di fornire interventi qualificati e immediati in caso di calamità naturali.

 

Ritengo doveroso dare alcune notizie sulla  Brigata Alpina Tridentina di fatto disciolta il 1° luglio 2002. La Tridentina che custodiva il ricordo e le tradizioni della gloriosa Divisione Alpina Tridentina, era dislocata in Alto Adige. Possedeva una spiccata particolarità alpina che le conferiva la possibilità di poter vivere e combattere in alta montagna e in terreni di difficile percorribilità.

Flessibilità, bivalenza, autonomia tattico – logistica, leggerezza, erano i fattori che davano alla brigata una comprovata ed elevata capacità operativa. Era costituita da tre reggimenti alpini ( il 5° a Vipiteno, il 6° a S. Candido e l’11° a Brunico), dal Battaglione Alpini Edolo con sede a Merano e dal Battaglione Logistico Tridentina di sede a Bressanone. Il Comando Brigata aveva la sua sede a Bressanone nella caserma generale Luigi Reverberi, medaglia d’oro al valore militare.

Lo stato maggiore dell’esercito ha dichiarato che il Comando Tridentina non scomparirà ma verrà trasformato, entro la fine dell’anno in corso, in “Comando Divisione Tridentina” e avrà la sua sede fra Bolzano e Bressanone. Inoltre nell’area compresa fra Brunico-San Candido-Corvara, il Comando 6° Reggimento Alpini, gestirà una vasta area addestrativa che verrà utilizzata permanentemente per l’addestramento alpinistico dei reparti alpini e di altre specialità dell’esercito italiano e della Nato.

 

Con la radicale trasformazione dell’esercito, che si concluderà nel 2006 (il ministro Martino ha espresso l’intenzione di anticipare la ristrutturazione al 1° gennaio 2005) con l’abolizione totale della leva a favore di un esercito interamente professionale e volontario, gli alpini, dopo 130 anni di storia gloriosa, corrono il rischio di perdere le loro caratteristiche principali – ossia “l’alpinità” – che nasce dal modo di vivere essenziale, sin dalla più tenera età, in contatto diretto con la natura, negli antichi borghi o negli sperduti abitati di alta montagna, dove, per vivere, i valligiani devono affrontare ogni giorno fatiche e disagi.

In quell’ambiente spesso viene messo a dura prova la saldezza fisica e morale del montanaro: la neve, l’asprezza delle forme, la distanza dai centri abitati, la scarsità delle risorse, moltiplicano le difficoltà. A differenza del cittadino, che chiamato sotto le armi deve ambientarsi e acclimatarsi, l’alpino è già temprato alle fatiche e alle prove più ardue.

Riferendosi all’uomo alpino così si esprimeva l’indimenticabile Aldo Rasero nel suo bellissimo libro “Tridentina Avanti!”: “L’alpino sa che ha l’onore di appartenere ad una Specialità dell’esercito dove il coraggio è norma di vita, dove il sacrificio è una dura necessità accettata con fierezza, dove l’eroismo e leggenda fanno a gara nel tramandare la storia delle “penne nere”.

Con l’abolizione del criterio di reclutamento regionale che, come è noto, fu alla base della costituzione delle Truppe Alpine e che rappresenta ancora  oggi un elemento di forza della Specialità, si teme che in futuro non sarà più possibile avere reparti con un alto contenuto spirituale, fortemente motivati e ricchi di quella antica cultura montanara che ha felicemente concorso a dare l’impronta all’uomo “alpino”, a farlo crescere forte, libero, tenace e solidale verso il prossimo.

Non dobbiamo dimenticare che la leva, per oltre 140 anni, ha svolto per il nostro Paese un significativo ruolo di unificazione nazionale e di progresso: ha educato milioni di giovani alla vita, ha insegnato a parlare la stessa lingua, ad affrontare sacrifici e fatiche, a prendere atto che oltre ai diritti ci sono anche i doveri da adempiere, a comprendere cosa vuol dire senso di responsabilità, senso dell’onore e amore di Patria.

Enorme è stato il contributo dato dalle Forze Armate alla comunità nazionale in termini di educazione morale, culturale, fisica e sanitaria.

Ritengo che l’Associazione Nazionale Alpini (che svolge un ruolo insostituibile di collegamento fra il personale in servizio e quello in congedo), nei prossimi anni, dovrà impegnarsi duramente per convincere i giovani, liberi dall’obbligo del servizio di leva, a prestare il servizio militare nei reparti alpini come soldati “Volontari in ferma annuale” (V.F.A.) o come “Volontari in servizio permanente” (V.S.P.).

 

Le Sezioni dell’Associazione delle “Penne nere”, dovranno svolgere un’intensa capillare opera di proselitismo presso quei giovani che gravitano intorno all’ambiente alpino, per esempio i giovani iscritti al Club Alpino Italiano, gli Scout e verso coloro che sono attratti dal fascino della montagna, alfine di guadagnare spazi di consenso favorevoli verso il volontariato annuale o permanente.

Mi auguro e spero moltissimo che gli alti vertici militari, sostenuti dal ricordo di tutti gli eroici Caduti che immolarono la vita per la Patria e dalla consapevolezza di fare il bene e l’interesse della collettività nazionale, seguano con la massima attenzione l’evolversi della riforma dell’esercito e siano tempestivi nel cogliere ogni più piccolo segnale discorde dagli obiettivi previsti relativi alle soluzioni adottate specie per quanto riguarda gli alpini, un Corpo ricco di nobili tradizioni, che in pace e in guerra ha sempre servito la Patria con assoluta e religiosa fedeltà insieme ai valorosi fratelli delle altre armi dell’esercito italiano.

 

L’Associazione Nazionale Alpini oggi più che mai deve diventare l’Alfiere di un movimento che ripristini e rinnovi nei cittadini i valori che in essi si sono affievoliti: valori di eticità, di solidarietà, di onestà, di rispetto verso la bandiera nazionale e verso le Istituzioni della Repubblica, di recupero delle virtù civili, militari, culturali e religiose.

 

Mi auguro caldamente, e sono sicuro di interpretare anche la Vostra volontà, che gli alpini del XXI secolo, formati alla scuola del Dovere ed educati all’amore per le montagne, affronteranno il nuovo processo di cambiamento con il tradizionale senso di responsabilità, disciplina e generosità, profondendo ogni energia spirituale e morale per superare tutti gli ostacoli, sull’esempio di quanti hanno amato la nostra Bandiera, onorando sempre e in ogni luogo la nostra Patria.

Le “Penne Nere”, nonostante i rapidi processi di rinnovamento dell’Esercito e l’abolizione della leva obbligatoria, che hanno determinato una notevole riduzione dei reparti alpini, continuano a essere alfieri di un modello di vita semplice e pulito, instancabili nell’impegno di salvaguardare e difendere i valori più edificanti dell’uomo e della società, consapevoli che prima vengono i doveri e poi vengono i diritti.

 

Bologna, 11 ottobre 2002

Perché la nostra Sezione si chiama “Monte Suello”?

La nostra Sezione porta il nome “Monte Suello”. Quante volte si vede scritto invece che due parole distinte, “Montesuello” tutto attaccato.

Forse per non continuare a sbagliare scrivendolo con una sola parola invece che due distinte, è bene ricordare da dove deriva questo nome.

Quando fu fondata la nostra Sezione nel 1926, si chiamava Sezione Benaco. Nel 1939, quando il regime fascista trasformò l’Associazione Nazionale Alpini in X Reggimento Alpini, assunse il nome di Battaglione “Monte Suello”, in ricordo del Battaglione Alpini Monte Suello fondato a Salò il 25 novembre 1915.

Il Monte Suello era “figlio” del Battaglione Vestone del quale portava la nappina blu.

Nella primavera del 1915, prima dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, i Battaglioni dell’Esercito Permanente (EP) furono integrati con compagnie di milizia mobile (MM) (nel nostro caso il Btg. Vestone, costituito dalla 53a, 54a e 55a compagnia fu integrato con la 91a compagnia).

Sempre all’inizio del 1915 furono istituiti i battaglioni “Valle”: erano battaglioni di milizia territoriale (MT) ai quali erano assegnate le classi anziane ed erano destinati alla tutela dei paesi, ai servizi nelle retrovie e, in caso di necessità, all’impiego con l’esercito di campagna.

Nel nostro territorio fu costituito il 15 febbraio 1915 il Battaglione Val Chiese, (anche questo nome scritto staccato) con le compagnie 253a, 254a e 255a (quest’ultima assegnata solo l’8 luglio). Anche il Val Chiese è “figlio” del Vestone del quale porta la nappina blu (si veda l’analogia nella numerazione delle compagnie).
Successivamente le compagnie di milizia mobile furono tolte ai battaglioni dell’esercito permanente ed assegnate a dei battaglioni di milizia mobile di nuova costituzione: i battaglioni “Monte”. Si tratta di battaglioni costituiti con i richiamati della milizia mobile alla quale appartengono le classi intermedie tra quelle dell'esercito permanente e quelle della milizia territoriale.

Dal Vestone, quindi, fu tratta la 91a compagnia per formare, con altre due nuove compagnie, la 139a e la 140a, il Battaglione Monte Suello.

 

Perché fu scelto il nome “Monte Suello”?

Ai battaglioni “Valle” veniva assegnato il nome della Vallata dove risiedeva il battaglione del'Esercito Permanente, mentre ai battaglioni “Monte” veniva assegnato il nome dalla montagna posta in testa alla vallata, e per la Valle Sabbia (la valle del fiume Chiese) tale monte si chiama Suello.

Il Monte Suello è una montagna di Ponte Caffaro di Bagolino.
È famoso anche perchè lì si svolse una famosissima battaglia il 3 luglio 1866 durante la Terza Guerra d’Indipendenza, al comando di Giuseppe Garibaldi.

Il Governo La Marmora decise all’inizio del 1866 di affidare a Garibaldi, al comando di truppe volontarie, il compito di coprire dalle posizioni di montagna intorno al Garda l’esercito regolare italiano, con lo scopo di penetrare nella Valle dell’Adige per prendere possesso del Tirolo italiano.

Garibaldi, che già il 24 giugno aveva occupato Monte Suello e Ponte Caffaro, ricevuto l’ordine di ritirarsi, la sera del 25 aveva sgombrato la zona del lago d’Idro e aveva disposto le sue truppe sui contrafforti tra i poggi del Castiglione e l’estrema punta occidentale del Garda; ma il 1° luglio, lasciati tre reggimenti tra Salò e Lonato e spostate le truppe in Valcamonica, aveva ripreso la marcia verso la frontiera trentina.
Il 3 luglio Garibaldi assalì la forte posizione di Monte Suello, che gli Austriaci difesero molto bene, ma, minacciati di aggiramento, lo abbandonarono durante la notte. Garibaldi, ferito alla coscia, dovette ritirarsi lasciando il comando.

Durante la battaglia di Monte Suello ci furono fra i garibaldini 44 morti, 266 feriti e 22 dispersi.
Il 4 luglio i volontari occuparono Bagolino e il Caffaro, quindi Lodrone e Darzo e infine Ponte di Darzo e Storo, dove Garibaldi pose il Quartiere Generale («Qui si vince o si muore»). Seguirono alcuni giorni di scaramucce.
Poi si diressero a Bezzecca dove ci fu un’altra memorabile battaglia (21 luglio), dove si aprì la strada per Trento, vittoria resa inutile dalle trattative di pace, che imposero al generale, che seguiva le operazioni in carrozza, perché ancora dolorante per la ferita ricevuta, di ritirarsi.
Il 9 agosto La Marmora telegrafò a Garibaldi ripassare la frontiera del Tirolo; Garibaldi rispose con lo storico «Obbedisco».

Chi sono gli Alpini - Gli Alpini e la solidarietà

Tratto dal Libro Verde della Solidarietà 2006

È il 15 ottobre 1872, fra le pieghe di un decreto reale che prevede l’allargamento del numero dei distretti militari, viene indicato che alcuni siano istituiti in zone alpine con in organico una compagnia distrettuale a reclutamento ed addestramento secondo particolari compiti di montagna. È l’atto ufficiale di nascita del Corpo degli Alpini.

Da quel primo decreto sono passati 131 anni di storia nella quale emergono le caratteristiche dell’Alpino: senso del dovere, attaccamento alle tradizioni, orgoglio degli emblemi che lo caratterizzano, spirito di Corpo, solidarietà fra commilitoni e la continuità di questi valori anche una volta in congedo.

Questa continuità dei valori è la base su cui poggia l’Associazione Nazionale Alpini. Al termine della Grande Guerra, prospettata come completamento dell’Unità d’Italia, i Reduci che hanno vissuto grandi sacrifici, ritengono d’avere diritto non solo ad un clima di pace, ma anche di riconoscenza. La realtà è ben diversa, scioperi, lotte di piazza, derisione, disprezzo, ostilità, negazione di quei valori per i quali hanno combattuto, fanno nascere spontaneamente la ferma presa di posizione di gran parte dei Reduci.

Il reclutamento su base valligiana, la spontanea solidarietà del montanaro, i sentimenti di fratellanza nati e rafforzati nei lunghi mesi vissuti fianco a fianco nella particolarità unica della guerra in montagna, la consapevolezza di poter sempre e comunque contare in ogni situazione sul commilitone, contribuiscono a rafforzare i vincoli mantenendoli intatti anche una volta rientrati alla vita civile. In questo clima e con questi sentimenti, un buon numero di essi frequentano abitualmente la birreria Spaten Brau di Milano nella certezza di trovare un ambiente di comuni idee e di solidarietà. Fra ricordi, ancora così vivi e presenti, commenti e semplici chiacchiere, comincia a delinearsi la proposta di costituire un sodalizio fra quanti hanno militato negli alpini. Il 12 giugno 1919 si tiene una prima riunione per concretizzare l’idea. Fra le decisioni viene approvato un concetto fondamentale: la possibilità d’iscrizione non solo a quanti hanno svolto servizio militare negli alpini dal 1872 (anno di nascita del Corpo), ai reduci delle Campagne d’Africa 1887, 1895, 1911-12 e della Grande Guerra appena conclusa, ma in futuro, anche a quanti sarebbero stati chiamati al servizio di leva negli alpini. È il concetto della continuità associativa del sodalizio.

I promotori convocano l’assemblea costitutiva per la sera di martedì 8 luglio 1919. A questa prima assemblea che si tiene nella sala dell’Associazione Capimastri di Milano partecipano circa una sessantina di Reduci alpini che approvano la costituzione ufficiale dell’Associazione Nazionale Alpini, il primo Statuto Sociale ed il Consiglio Direttivo. La notizia comincia a diffondersi prima in tutta la Lombardia poi nelle altre Regioni e da ogni parte pervengono numerose richieste di aggregazione. Questo fatto, non previsto dai soci fondatori, porta a dover modificare lo Statuto iniziale introducendo la Sezione, normalmente costituite nei Capoluoghi di Provincia, quale succursale locale della Sede Centrale.

La grande spontanea massiccia adesione e la necessità pratica di incrementare la diffusione, si completa con l’introduzione fra le norme statutarie della possibilità di aggregarsi in Gruppi, normalmente costituiti nei Comuni, con rappresentanza locale della Sezione. Si completa così la capillarizzazione e la diffusione su tutto il territorio, dalle alpi al mare, punto di forza ancora oggi dell’Associazione. Fin dalle prime riunioni, i promotori ritenevano fra i doveri associativi quello di ritrovarsi ogni anno per ricordare e onorare i compagni caduti. Ben lontano dal concetto di Adunata Nazionale che verrà più tardi introdotto, questi Convegni erano indetti in località di montagna già teatro di battaglie degli alpini nel corso della guerra. Il primo Convegno viene organizzato dalla Sede Centrale nei giorni 5-6-7 settembre 1920 sull’Ortigara. Dai 400 soci previsti, nei tre giorni giungono oltre duemila Reduci alpini provenienti anche da località dove ancora non si erano costituite Sezioni e Gruppi. L’irrefrenabile spirito alpino chiamava.

Con l’avvento del nuovo Regime politico teso a militarizzare tutto e tutti, anche l’Associazione come tutte ne è coinvolta, più nelle formalità che nei concetti fondamentali. I Direttivi Nazionali, di Sezione e di Gruppo non sono più eletti ma nominati dall’alto, i Presidenti si chiamano ora “Comandanti”, le Sezioni “Battaglioni”, le Sottosezioni “Compagnie”, i Gruppi “Plotoni”. Purtroppo anche gli alpini saranno coinvolti da altre due guerre e quella più dolorosa di contrapposizione fratricida su versanti ideologici diversi. Pur nella drammaticità degli eventi, chiari e netti sono gli esempi di solidarietà fra alpini in congedo ed in armi con sottoscrizioni, raccolta ed invio al fronte di generi di conforto, aiuti alle famiglie bisognose, ecc. Meno “normale” e per questo più significativo, è il comportamento tenuto verso la popolazione nei territori occupati e verso i soldati forzatamente nemici, dettato da quell’innato senso di rispetto e solidarietà che contraddistingue il montanaro-soldato.

Con la caduta del Regime ed il ritorno alla pace nel 1945, anche l’Associazione Nazionale Alpini forzatamente decimata nei ranghi, riprende gradatamente la rinascita e l’ordinamento originario. Alle generazioni di ex combattenti si affiancano i giovani di leva verso i quali sono riposte le aspettative e la continuità dei valori. L’esperienza di una nuova coscienza civica vissuta nel periodo del servizio militare dalle generazioni più giovani, che li ha visti operare in varie occasioni di emergenza in soccorso alle popolazioni colpite da calamità, diventa patrimonio di nuovi concetti che può sintetizzarsi nel motto “onorare i morti aiutando i vivi”.

Dal piccolo Gruppo alle grandi Sezioni cominciano a delinearsi sempre più spontanee iniziative rivolte alla solidarietà, senza enfasi e pubblicità, quasi con pudore per un qualcosa ritenuto normale. La svolta decisiva che coinvolge unitariamente tutta l’Associazione avviene all’indomani del tremendo terremoto che nel maggio del 1976 sconvolge il Friuli. La Sede Nazionale chiama tutti i soci ad un grande gesto di solidarietà realizzando un imponente progetto di soccorso e di ricostruzione al quale gli alpini rispondono con fattivo entusiasmo: per l’impegno ed i risultati raggiunti, all’Associazione viene conferita la Medaglia d’Oro al Merito Civile, che risulta essere il primo ed unico esempio di un alto riconoscimento civico ad una associazione. Sull’esempio degli alpini che hanno dimostrato grande capacità organizzativa ed operativa, comincia a delinearsi nelle autorità governative l’idea di costituire un organismo di volontariato.

Sono le basi della futura Protezione Civile che vede oggi prolifica di numerose associazioni o enti morali, con un ordinamento riconosciuto con legge dello Stato. Anche l’Associazione Nazionale Alpini è iscritta all’Albo del Volontariato di Protezione Civile, nella quale operano soci alpini e soci aggregati uniti e riconosciuti indistintamente dall’unico appellativo di Volontario. Dal 1987 anno in cui nasce ufficialmente la Protezione Civile degli Alpini, piccole e grandi opere di civile solidarietà ne hanno caratterizzato l’impegno su iniziativa del piccolo Gruppo, delle Sezioni o della Sede Nazionale. Molte regioni italiane, colpite purtroppo da calamità, hanno espresso un riconoscente grazie ai volontari accorsi con generoso altruismo e anche da territori esteri come l’Armenia, l’Albania e la Francia che ci hanno visto operare, sono giunti sinceri apprezzamenti. Questo grande impegno è stato più volte riconosciuto anche dalle Istituzioni con il conferimento all’Associazione Nazionale Alpini di una Medaglia di benemerenza al Merito Civile (Basilicata e Campania 1980), una Medaglia di Bronzo al Merito Civile (Valtellina e Valbrembana 1987, Armenia 1989), una Medaglia d’Oro al Valore Civile (Piemonte e Alta Emilia 1994) e una recente Medaglia d’Oro di benemerenza concessa dalla Croce Rossa Italiana (Aosta 2003). Oltre all’attività della Protezione Civile, molteplici sono le iniziative di solidarietà volute dalla Sede Nazionale dell’Associazione e realizzate dagli alpini: la realizzazione dell’Asilo a Rossosch in Russia, la ricostruzione della scuola “Bovio” di Alessandria, la scuola multietnica di Zenica in Bosnia, gli zaini alpini per il Mozambico e le donazioni in occasione dell’annuale Adunata Nazionale a ospedali o enti benefici, proprio perché è naturale per gli alpini aiutare chi ha bisogno, in silenzio e con gesti concreti… fedeli al motto del 5° Reggimento Alpini: “Nec videar, dum sim”, essere mai apparire!

Breve storia dell’Associazione Nazionale Alpini (A.N.A.)


L’Associazione Nazionale Alpini (A.N.A.), la più grossa Associazione d’Arma del mondo, che raccoglie nelle sue fila tutti gli appartenenti alle Truppe Alpine (alpini, artiglieri da montagna, genieri e trasmettitori alpini, alpini paracadutisti e appartenenti ai servizi delle Unità alpine), è sorta a Milano nel 1919 ad opera di un gruppo di alpini reduci della Grande Guerra (1915-1918).

Per quale motivo? Il combattente ha vissuto un lungo “momento della verità”: nella precaria esistenza della trincea nessuno può presentarsi diverso da com’è. Perciò le amicizie nate in guerra continuano e sono salde nel tempo.
Dunque, al termine del Primo grande conflitto mondiale, fra i reduci ex combattenti che tornavano alle loro case, e in particolare fra quelli appartenenti a Corpi speciali, non venne meno lo spirito di solidarietà e cameratismo che li aveva contraddistinti durante il periodo della guerra.
Essi, che avevano vissuto terribili esperienze dense di fatiche, rischi, sacrifici, angosce e dolori, chiedevano soltanto di potersi reinserire, dignitosamente, nella vita civile, in un clima di pace e di speranza, secondo le aspettative di una società migliore, coltivate nei lunghi anni di fronte.

Cosa trovarono invece? Un’Italia economicamente al collasso, sconvolta da una profonda crisi sociale e squassata dagli scioperi e da lotte di piazza. Trovarono derisione, disprezzo e ostilità presso una consistente parte della popolazione e, soprattutto, l’ostracismo da parte di alcune forze politiche.
Trovarono soprattutto un clima di negazione e di odio contro i valori nei quali credevano, e in nome dei quali essi avevano combattuto: il senso del dovere, l’amor di Patria e l’aspirazione a vivere in un paese migliore.
Alla scatenata e incontrollata attività di piazza, che si esibiva in continue e gratuite violenze, i governi in carica, incapaci di controllare la situazione, davano risposte fiacche esitanti e contraddittorie all’insegna di un dilagante permissivismo (venne dato l’“onorato Congedo” anche agli oltre 600.000 disertori).
Era quindi naturale e prevedibile una ferma presa di posizione di gran parte dei reduci, che intendevano ribellarsi agli insulti e alle percosse.

La fondazione dell’A.N.A.

Fu proprio in questo periodo che un buon numero di reduci, per lo più ufficiali alpini, presero a frequentare abitualmente la birreria Spaten Brau di Milano il cui proprietario era un alpino.
Tra i frequentatori del locale c’erano anche diversi soci del C.A.I. che avevano combattuto come alpini: uno di questi, Felice Pizzagalli, parlando con gli amici, propose di costituire tra i soci della Sezione di Milano del C.A.I. un gruppo riservato a quanti avevano combattuto con gli alpini, per mantener vivi in tempo di pace, tra i reduci, quei sentimenti di solidarietà e fratellanza nati e coltivati tra gli orrori della guerra.

L’idea piacque, e un gruppo di amici si riunì, il 12 giugno 1919, per un primo scambio d’idee. Nella riunione prevalse invece l’idea sostenuta dal capitano Arturo Andreoletti, valente alpinista accademico e valoroso ufficiale, Medaglia d’Argento al V.M. sul campo, di fondare un’Associazione autonoma formata esclusivamente da alpini, così da riunire in un’unica grande famiglia tutti gli appartenenti alla specialità, anche al di fuori del C.A.I..
Venne indetta un’Assemblea costitutiva, che ebbe luogo l’8 luglio ed in quella circostanza, discusso ed approvato lo Statuto, fu costituita l’Associazione Nazionale Alpini in congedo e votate le cariche sociali.
La giovane Associazione ebbe una prima infanzia difficile, i tempi erano difficili per tutti, ma la sua energia prorompente era incontenibile e sotto la guida del presidente Andreoletti, fine 1919, l’A.N.A. si affermò imperiosamente.

Alla prima Adunata Nazionale, che ebbe luogo sull’Ortigara il 5-6-7 settembre 1920, 800 soci, provenienti da 12 Sezioni, assistettero alla Messa officiata da Padre Giulio Bevilacqua. Nel gennaio di quell’anno era uscito anche il primo numero del giornale L’Alpino, organo ufficiale, dell’A.N.A., fondato a Udine nel luglio del 1919 dal ten. Italo Balbo presso il deposito dell’8° Alpini, col paterno consenso del Comandante col. Conte Costantino Cavarzerani.
Le Adunate Nazionali si susseguirono di anno in anno, con sempre crescente affluenza di alpini e consenso di popolo ed anche le Sezioni continuarono a crescere ed a moltiplicarsi.
La struttura dell’Associazione si fece sempre più completa e articolata e anche le iniziative sociali si moltiplicarono.
Nel 1925 l’A.N.A. organizzò il primo Campionato di sci, i soci erano 8.036.
Nel 1929 l’Associazione Nazionale Artiglieri da montagna si fuse con l’A.N.A.; nello stesso anno la Sede fu trasferita a Roma.

Nell’Italia fascista erano cambiate molte cose ed anche l’A.N.A. dovette adeguarsi: abolito il vecchio Statuto del 1919, entrò in vigore quello nuovo, secondo le disposizioni del Ministero della Guerra.
Il Consiglio Direttivo fu abolito, il Presidente si chiamò Comandante e fu nominato dal Governo, le Sezioni divennero Battaglioni e i Gruppi Compagnie, l’A.N.A. si chiamò 10° Reggimento Alpini. I soci erano 16.222. L’Associazione continuò a crescere riuscendo a mantenere una certa autonomia, compatibilmente con i tempi.
Il 2 giugno 1940, otto giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia, gli alpini sfilarono a Torino per la 21a Adunata Nazionale e molti avevano infilata sul cappello la cartolina precetto del richiamo alle armi; la divisione Julia era già in Albania da un anno. I soci erano 92.000. Seguirono i lunghi anni di guerra, le conseguenze dei quali sono a tutti note.

Il dopoguerra

Il 20 ottobre del 1946, a Milano, si tenne la prima Assemblea Nazionale dei Delegati del dopoguerra, si discusse il nuovo Statuto, redatto su richiesta e secondo i principi fissati dal Ministero della Guerra, nel dicembre 1945, sul carattere e finalità delle Associazioni d’Arma e si ritornò all’organizzazione originale. L’A.N.A. era rinata.

Nel 1948 Bassano del Grappa ospitò la prima Adunata Nazionale del dopoguerra e s’inaugurò lo storico “Ponte degli Alpini”, ricostruito. I soci erano 35.197 e le Sezioni già 36.
La rinascita associativa progrediva costantemente: a Torino il 14 maggio 1961, durante la 34a Adunata Nazionale che celebrava il primo secolo di Unità, sfilarono 127.000 alpini. Erano anni di crescita e trasformazioni perché anche il Paese si stava trasformando velocemente.
Nel 1975 l’Associazione contava 245.437 soci, il 66% dei quali non aveva fatto la guerra, pur non dimenticando quanti si sono sacrificati bisogna pensare ai vivi: “... basta coi monumenti e le chiesette, l’A.N.A. deve impegnarsi in qualcosa di nuovo per dare ai più giovani, che non hanno fatto la guerra, il modo di fare qualche cosa di utile”. Questo era il “pensiero guida” emerso dall’Assemblea dei Delegati.

Il Friuli

L’occasione, tragica, per la svolta auspicata si presentò il 6 maggio 1976 alle ore 21: un tremendo sisma scosse il Friuli e la Carnia, mettendo in ginocchio l’intera Regione Friuli Venezia Giulia, causando oltre mille morti e polverizzando decine di migliaia di case.
Di fronte a tale immane disastro si formò spontaneamente, nella famiglia verde, una “catena della solidarietà alpina” e prese corpo un progetto grandioso e pazzesco: intervenire direttamente nelle operazioni di soccorso e ricostruzione.
Tale progetto, definito “delirante” ed “inaccettabile iniziativa” da alcuni noti quotidiani, si concretizzò, per la grande determinazione del Presidente Nazionale Franco Bertagnolli, in 10 cantieri di lavoro sparsi nelle zone sinistrate e ripartite tra le Sezioni del Centro-Nord (quelle del Sud e quelle Estere erano “riserve strategiche”).
In questa “Grande Unità”, completamente autosufficiente, perfettamente organizzata e condotta, prestarono la loro opera oltre 15.000 volontari, donando al Friuli 108.000 giornate, pari a 972.000 ore lavorative. E non va dimenticato, in questo contesto caratterizzato anche dalla congiura del silenzio stampa organizzata attorno ai cantieri del Friuli, l’atto di fiducia del governo di Washington nei confronti dell’A.N.A.: la gestione di 43 milioni di dollari, pari a 52 miliardi di lire di allora, stanziati per la ricostruzione del Friuli.
Con l’“Emergenza Friuli” l’Associazione ha imboccato una nuova strada e sperimentato la possibilità di un diverso modo di operare nella società. Un nuovo motto annuncia l’avvenuta trasformazione: “Onorare i morti aiutando i vivi”.
È nato così il Volontariato di Protezione Civile, il primo in Italia, che verrà formalizzato nel 1987 con l’iscrizione all’Albo Nazionale del Volontariato.
Gli alpini, sempre meglio organizzati, intervengono in migliaia di iniziative e situazioni precarie: dall’Irpinia (sisma 1980) alla Valtellina (alluvione 1987), dall'Umbria (sisma 1987) al Piemonte (alluvione 2000), dal Molise (sisma 2002) alla Lombardia (sisma a Salò e Valle Sabbia del 2004).

Un'opera significativa gli alpini l'hanno realizzata in Ucraina: un asilo infantile costruito a Rossosch dove, nel 1942, sorgeva il Comando del Corpo d’Armata Alpino, per donarlo in segno di pace e amicizia ai bambini della città.
L’8 giugno del 1992 avviene la posa della prima pietra, alla presenza del sindaco della città, autorità locali ed del Presidente Nazionale dell’A.N.A. Leonardo Caprioli; il 19 settembre del 1993 la consegna. Per la cerimonia della consegna sono giunti dall’Italia 1.200 alpini, 332 dei quali con una colonna motorizzata. Finanziato completamente dai soci A.N.A., l’asilo è stato realizzato da 721 volontari in 96.430 ore lavorative.

L’A.N.A. oggi

Oggi (anno 2007) l’A.N.A. conta 316.576 soci e 67.188 aggregati (dati Libro Verde della Solidarietà 2006), ripartiti tra 112 Sezioni delle quali 81 in Italia e 31 all’estero, un servizio di Protezione Civile ottimamente organizzato, per uomini e mezzi, sulla base di 75 squadre sezionali operative a livello nazionale con un organico di 12.513 volontari autosufficienti.

Dal 1986 la Protezione Civile dell'A.N.A. è dotata di un Ospedale da Campo che è stato utilizzato anche per emergenze all'estero: in Armenia (sisma, 1988), a Valona (emergenza profughi, 1999), in Sri Lanka (tsunami, 2005).

Attualmente l’A.N.A., dopo quasi 90 anni di travagliata esistenza, è una “forza sociale” di prima grandezza, punto di riferimento per la Nazione, realtà invidiata, modello da imitare per molti stranieri e “promuovere e concorrere in attività di volontariato e Protezione Civile, con possibilità di impiego in Italia e all'estero, nel rispetto prioritario dell'identità associativa e della autonomia decisionale.”.
Nelle file dell’Associazione, “rigenerata” dal sisma del 1976, una nuova “aristocrazia civile” sta lentamente sostituendo quella “militare”, i gloriosi rappresentanti della quale sono il 15% della forza.
Dal “Fronte del Friuli” del 1976 a quello “del Molise” del 1997, gli interventi degli alpini, “soldati buoni per ogni tempo”, sono stati innumerevoli: sempre efficaci, tempestivi ed apprezzati ma, soprattutto, è stato notevole il “passaggio del testimone” ai “nuovi aristocratici emergenti”.
Dichiarò un giorno un giovane, reduce da un “fronte civile”: “Noi per motivi di età, non abbiamo potuto fare né l’Ortigara e nemmeno la Russia, però a Endine ci siamo stati, abbiamo lavorato assieme agli anziani con lo stesso entusiasmo e gli stessi ideali”.
L’idea del capitano Arturo Andreoletti ed amici, è stata veramente una grande idea.
Il 23 settembre 1997 è deceduto il capitano Rinaldo Rainaldi, l’ultimo superstite dei fondatori dell’A.N.A.: aveva 99 anni.

Preghiera dell'Alpino

Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai,
su ogni balza delle Alpi ove la provvidenza
ci ha posto a baluardo fedele delle nostre contrade,
noi, purificati dal dovere pericolosamente compiuto,
eleviamo l'animo a Te, o Signore,
che proteggi le nostre mamme, le nostre spose,
i nostri figli e fratelli lontani,
e ci aiuti ad essere degni delle glorie dei nostri avi.

Dio onnipotente, che governi tutti gli elementi,
salva noi, armati come siamo di fede e di amore.
Salvaci dal gelo implacabile,
dai vortici della tormenta,
dall'impeto della valanga,
fa che il nostro piede posi sicuro sulle creste vertiginose,
su le diritte pareti, oltre i crepacci insidiosi,
rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria,
la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana.

E Tu, Madre di Dio, candida più della neve,
Tu che hai conosciuto e raccolto ogni sofferenza e ogni sacrificio
di tutti gli Alpini caduti,
Tu che conosci e raccogli ogni anelito e ogni speranza
di tutti gli Alpini vivi ed in armi.
Tu benedici e sorridi ai nostri Battaglioni e ai nostri Gruppi.

Così sia.

Il nostro giuramento


Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana,
di osservare la Costituzione e le leggi
e di adempiere con disciplina ed onore
tutti i doveri del mio stato
per la difesa della Patria
e la salvaguardia delle libere istituzioni

 

Lo giurante voi?

Lo giuro!

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo

                                     91 adunata

Logo Ana

 Calendario Attività 2017

calendario 2017