Breve storia dell’Associazione Nazionale Alpini (A.N.A.)


L’Associazione Nazionale Alpini (A.N.A.), la più grossa Associazione d’Arma del mondo, che raccoglie nelle sue fila tutti gli appartenenti alle Truppe Alpine (alpini, artiglieri da montagna, genieri e trasmettitori alpini, alpini paracadutisti e appartenenti ai servizi delle Unità alpine), è sorta a Milano nel 1919 ad opera di un gruppo di alpini reduci della Grande Guerra (1915-1918).

Per quale motivo? Il combattente ha vissuto un lungo “momento della verità”: nella precaria esistenza della trincea nessuno può presentarsi diverso da com’è. Perciò le amicizie nate in guerra continuano e sono salde nel tempo.
Dunque, al termine del Primo grande conflitto mondiale, fra i reduci ex combattenti che tornavano alle loro case, e in particolare fra quelli appartenenti a Corpi speciali, non venne meno lo spirito di solidarietà e cameratismo che li aveva contraddistinti durante il periodo della guerra.
Essi, che avevano vissuto terribili esperienze dense di fatiche, rischi, sacrifici, angosce e dolori, chiedevano soltanto di potersi reinserire, dignitosamente, nella vita civile, in un clima di pace e di speranza, secondo le aspettative di una società migliore, coltivate nei lunghi anni di fronte.

Cosa trovarono invece? Un’Italia economicamente al collasso, sconvolta da una profonda crisi sociale e squassata dagli scioperi e da lotte di piazza. Trovarono derisione, disprezzo e ostilità presso una consistente parte della popolazione e, soprattutto, l’ostracismo da parte di alcune forze politiche.
Trovarono soprattutto un clima di negazione e di odio contro i valori nei quali credevano, e in nome dei quali essi avevano combattuto: il senso del dovere, l’amor di Patria e l’aspirazione a vivere in un paese migliore.
Alla scatenata e incontrollata attività di piazza, che si esibiva in continue e gratuite violenze, i governi in carica, incapaci di controllare la situazione, davano risposte fiacche esitanti e contraddittorie all’insegna di un dilagante permissivismo (venne dato l’“onorato Congedo” anche agli oltre 600.000 disertori).
Era quindi naturale e prevedibile una ferma presa di posizione di gran parte dei reduci, che intendevano ribellarsi agli insulti e alle percosse.

La fondazione dell’A.N.A.

Fu proprio in questo periodo che un buon numero di reduci, per lo più ufficiali alpini, presero a frequentare abitualmente la birreria Spaten Brau di Milano il cui proprietario era un alpino.
Tra i frequentatori del locale c’erano anche diversi soci del C.A.I. che avevano combattuto come alpini: uno di questi, Felice Pizzagalli, parlando con gli amici, propose di costituire tra i soci della Sezione di Milano del C.A.I. un gruppo riservato a quanti avevano combattuto con gli alpini, per mantener vivi in tempo di pace, tra i reduci, quei sentimenti di solidarietà e fratellanza nati e coltivati tra gli orrori della guerra.

L’idea piacque, e un gruppo di amici si riunì, il 12 giugno 1919, per un primo scambio d’idee. Nella riunione prevalse invece l’idea sostenuta dal capitano Arturo Andreoletti, valente alpinista accademico e valoroso ufficiale, Medaglia d’Argento al V.M. sul campo, di fondare un’Associazione autonoma formata esclusivamente da alpini, così da riunire in un’unica grande famiglia tutti gli appartenenti alla specialità, anche al di fuori del C.A.I..
Venne indetta un’Assemblea costitutiva, che ebbe luogo l’8 luglio ed in quella circostanza, discusso ed approvato lo Statuto, fu costituita l’Associazione Nazionale Alpini in congedo e votate le cariche sociali.
La giovane Associazione ebbe una prima infanzia difficile, i tempi erano difficili per tutti, ma la sua energia prorompente era incontenibile e sotto la guida del presidente Andreoletti, fine 1919, l’A.N.A. si affermò imperiosamente.

Alla prima Adunata Nazionale, che ebbe luogo sull’Ortigara il 5-6-7 settembre 1920, 800 soci, provenienti da 12 Sezioni, assistettero alla Messa officiata da Padre Giulio Bevilacqua. Nel gennaio di quell’anno era uscito anche il primo numero del giornale L’Alpino, organo ufficiale, dell’A.N.A., fondato a Udine nel luglio del 1919 dal ten. Italo Balbo presso il deposito dell’8° Alpini, col paterno consenso del Comandante col. Conte Costantino Cavarzerani.
Le Adunate Nazionali si susseguirono di anno in anno, con sempre crescente affluenza di alpini e consenso di popolo ed anche le Sezioni continuarono a crescere ed a moltiplicarsi.
La struttura dell’Associazione si fece sempre più completa e articolata e anche le iniziative sociali si moltiplicarono.
Nel 1925 l’A.N.A. organizzò il primo Campionato di sci, i soci erano 8.036.
Nel 1929 l’Associazione Nazionale Artiglieri da montagna si fuse con l’A.N.A.; nello stesso anno la Sede fu trasferita a Roma.

Nell’Italia fascista erano cambiate molte cose ed anche l’A.N.A. dovette adeguarsi: abolito il vecchio Statuto del 1919, entrò in vigore quello nuovo, secondo le disposizioni del Ministero della Guerra.
Il Consiglio Direttivo fu abolito, il Presidente si chiamò Comandante e fu nominato dal Governo, le Sezioni divennero Battaglioni e i Gruppi Compagnie, l’A.N.A. si chiamò 10° Reggimento Alpini. I soci erano 16.222. L’Associazione continuò a crescere riuscendo a mantenere una certa autonomia, compatibilmente con i tempi.
Il 2 giugno 1940, otto giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia, gli alpini sfilarono a Torino per la 21a Adunata Nazionale e molti avevano infilata sul cappello la cartolina precetto del richiamo alle armi; la divisione Julia era già in Albania da un anno. I soci erano 92.000. Seguirono i lunghi anni di guerra, le conseguenze dei quali sono a tutti note.

Il dopoguerra

Il 20 ottobre del 1946, a Milano, si tenne la prima Assemblea Nazionale dei Delegati del dopoguerra, si discusse il nuovo Statuto, redatto su richiesta e secondo i principi fissati dal Ministero della Guerra, nel dicembre 1945, sul carattere e finalità delle Associazioni d’Arma e si ritornò all’organizzazione originale. L’A.N.A. era rinata.

Nel 1948 Bassano del Grappa ospitò la prima Adunata Nazionale del dopoguerra e s’inaugurò lo storico “Ponte degli Alpini”, ricostruito. I soci erano 35.197 e le Sezioni già 36.
La rinascita associativa progrediva costantemente: a Torino il 14 maggio 1961, durante la 34a Adunata Nazionale che celebrava il primo secolo di Unità, sfilarono 127.000 alpini. Erano anni di crescita e trasformazioni perché anche il Paese si stava trasformando velocemente.
Nel 1975 l’Associazione contava 245.437 soci, il 66% dei quali non aveva fatto la guerra, pur non dimenticando quanti si sono sacrificati bisogna pensare ai vivi: “... basta coi monumenti e le chiesette, l’A.N.A. deve impegnarsi in qualcosa di nuovo per dare ai più giovani, che non hanno fatto la guerra, il modo di fare qualche cosa di utile”. Questo era il “pensiero guida” emerso dall’Assemblea dei Delegati.

Il Friuli

L’occasione, tragica, per la svolta auspicata si presentò il 6 maggio 1976 alle ore 21: un tremendo sisma scosse il Friuli e la Carnia, mettendo in ginocchio l’intera Regione Friuli Venezia Giulia, causando oltre mille morti e polverizzando decine di migliaia di case.
Di fronte a tale immane disastro si formò spontaneamente, nella famiglia verde, una “catena della solidarietà alpina” e prese corpo un progetto grandioso e pazzesco: intervenire direttamente nelle operazioni di soccorso e ricostruzione.
Tale progetto, definito “delirante” ed “inaccettabile iniziativa” da alcuni noti quotidiani, si concretizzò, per la grande determinazione del Presidente Nazionale Franco Bertagnolli, in 10 cantieri di lavoro sparsi nelle zone sinistrate e ripartite tra le Sezioni del Centro-Nord (quelle del Sud e quelle Estere erano “riserve strategiche”).
In questa “Grande Unità”, completamente autosufficiente, perfettamente organizzata e condotta, prestarono la loro opera oltre 15.000 volontari, donando al Friuli 108.000 giornate, pari a 972.000 ore lavorative. E non va dimenticato, in questo contesto caratterizzato anche dalla congiura del silenzio stampa organizzata attorno ai cantieri del Friuli, l’atto di fiducia del governo di Washington nei confronti dell’A.N.A.: la gestione di 43 milioni di dollari, pari a 52 miliardi di lire di allora, stanziati per la ricostruzione del Friuli.
Con l’“Emergenza Friuli” l’Associazione ha imboccato una nuova strada e sperimentato la possibilità di un diverso modo di operare nella società. Un nuovo motto annuncia l’avvenuta trasformazione: “Onorare i morti aiutando i vivi”.
È nato così il Volontariato di Protezione Civile, il primo in Italia, che verrà formalizzato nel 1987 con l’iscrizione all’Albo Nazionale del Volontariato.
Gli alpini, sempre meglio organizzati, intervengono in migliaia di iniziative e situazioni precarie: dall’Irpinia (sisma 1980) alla Valtellina (alluvione 1987), dall'Umbria (sisma 1987) al Piemonte (alluvione 2000), dal Molise (sisma 2002) alla Lombardia (sisma a Salò e Valle Sabbia del 2004).

Un'opera significativa gli alpini l'hanno realizzata in Ucraina: un asilo infantile costruito a Rossosch dove, nel 1942, sorgeva il Comando del Corpo d’Armata Alpino, per donarlo in segno di pace e amicizia ai bambini della città.
L’8 giugno del 1992 avviene la posa della prima pietra, alla presenza del sindaco della città, autorità locali ed del Presidente Nazionale dell’A.N.A. Leonardo Caprioli; il 19 settembre del 1993 la consegna. Per la cerimonia della consegna sono giunti dall’Italia 1.200 alpini, 332 dei quali con una colonna motorizzata. Finanziato completamente dai soci A.N.A., l’asilo è stato realizzato da 721 volontari in 96.430 ore lavorative.

L’A.N.A. oggi

Oggi (anno 2007) l’A.N.A. conta 316.576 soci e 67.188 aggregati (dati Libro Verde della Solidarietà 2006), ripartiti tra 112 Sezioni delle quali 81 in Italia e 31 all’estero, un servizio di Protezione Civile ottimamente organizzato, per uomini e mezzi, sulla base di 75 squadre sezionali operative a livello nazionale con un organico di 12.513 volontari autosufficienti.

Dal 1986 la Protezione Civile dell'A.N.A. è dotata di un Ospedale da Campo che è stato utilizzato anche per emergenze all'estero: in Armenia (sisma, 1988), a Valona (emergenza profughi, 1999), in Sri Lanka (tsunami, 2005).

Attualmente l’A.N.A., dopo quasi 90 anni di travagliata esistenza, è una “forza sociale” di prima grandezza, punto di riferimento per la Nazione, realtà invidiata, modello da imitare per molti stranieri e “promuovere e concorrere in attività di volontariato e Protezione Civile, con possibilità di impiego in Italia e all'estero, nel rispetto prioritario dell'identità associativa e della autonomia decisionale.”.
Nelle file dell’Associazione, “rigenerata” dal sisma del 1976, una nuova “aristocrazia civile” sta lentamente sostituendo quella “militare”, i gloriosi rappresentanti della quale sono il 15% della forza.
Dal “Fronte del Friuli” del 1976 a quello “del Molise” del 1997, gli interventi degli alpini, “soldati buoni per ogni tempo”, sono stati innumerevoli: sempre efficaci, tempestivi ed apprezzati ma, soprattutto, è stato notevole il “passaggio del testimone” ai “nuovi aristocratici emergenti”.
Dichiarò un giorno un giovane, reduce da un “fronte civile”: “Noi per motivi di età, non abbiamo potuto fare né l’Ortigara e nemmeno la Russia, però a Endine ci siamo stati, abbiamo lavorato assieme agli anziani con lo stesso entusiasmo e gli stessi ideali”.
L’idea del capitano Arturo Andreoletti ed amici, è stata veramente una grande idea.
Il 23 settembre 1997 è deceduto il capitano Rinaldo Rainaldi, l’ultimo superstite dei fondatori dell’A.N.A.: aveva 99 anni.

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